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La lezione dello Juventus Stadium

Letto sulla stampa di questi giorni: praticamente esaurito lo Juventus Stadium di Torino per la prossima stagione. Già venduti, quando agosto deve ancora cominciare, la bellezza di 27mila abbonamenti, che potevano essere persino di più se - invece di lasciare qualche posto vuoto per gli acquirenti dell’ultimo minuto - si fosse deciso di cedere l'intero carnet. Tutto questo malgrado l’insopportabile e quasi inaccettabile aumento dei prezzi degli abbonamenti. Rincari assurdi in un momento di feroce crisi economica. Eppure nemmeno questo ha fermato la corsa alla sottoscrizione. Perché? La sola conquista dello scudetto non può giustificare questo exploit al botteghino. Un anno fa, senza tricolore sulle maglie, le adesioni erano state altrettanto numerose. Non può essere neppure per il mercato condotta da Marotta e Paratici: Asamoah, Isla e Lucio da soli non possono accendere una piazza. Forse riuscirà al famoso top-player per l’attacco se e quando arriverà. Allora la spiegazione può essere una e una soltanto: lo stadio di proprietà. Me lo conferma la percentuale di quelli che hanno confermato l’abbonamento: il 90%. Nessun altro servizio in Italia ha un livello così alto di soddisfazione e di conferma. La modernità, l’agio, il piacere di guardare una partita in un impianto finalmente decoroso bastano a far sostenere un costo significativo. Semplice, no? Dimostrazione, da ultimo, che quello che succede all’estero (con stadi già esauriti prima dell’inizio della stagione) potrebbe verificarsi anche da noi, se semplicemente si riuscisse ad accedere a un bagno in caso di bisogno, a coprirsi dalla pioggia, a vedere un giocatore a meno di 100 metri di distanza come all'Olimpico di Roma o al San Paolo. Ecco: questo ragionamento semplice, questa riflessione persino stupida, mi chiedo perché faccia così fatica a entrare nelle menti di molti presidenti, di tanti amministratori locali. Forse sono piene di altro o forse sono troppo poco capienti. Twitter@matteomarani