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Delio Rossi senza domande

Vi siete già stufati della vicenda di Delio Rossi? Noi abbastanza, grazie. Eppure merita ancora qualche considerazione sui mass media, perché la troviamo paradigmatica. Che non è una parolaccia, vuol dire che è l’esempio perfetto per spiegare come funziona il mondo dell’informazione adesso. Di come siano influenzati i comportamenti di chiunque stia davanti a una telecamera così come quelli di chi sta davanti a uno schermo (di tv, pc, tablet) abbiamo già detto parlando del fatto in sé, cioè dell’aggressione dell’allenatore al giocatore. Ma altro ci è venuto in mente guardando la conferenza stampa di addio di Rossi. Anzitutto che l’espressione “conferenza stampa” è perfetta. Perché è stata appunto una conferenza, ovvero un monologo, in presenza della stampa. Già è stato paradigmatic… ops esemplare di come funzionano ora le conferenze stampa quello che Rossi ha detto: tentativi di interpretazione, filosofeggiamenti, scuse un po’ biascicate, autodifese, frasi a effetto, accuse di ipocrisia non si sa né a chi né perché, ma ci sta sempre bene dire che anche altri sono problemi e colpevoli, e nessun dettaglio concreto su cosa gli fosse stato detto. Ma soprattutto ci ha colpito come lo ha detto. Ovvero con un monologo fatto di filata, senza accettare domande. Quando i giornalisti hanno provato a fargliene, lui si è negato con una frase tipo “non mi interessa rispondere a domande, ora bisogna fare il bene della Fiorentina che non è ancora salva”, che vuol dire tutto e niente. Poi benignamente ha ascoltato una domanda lunghissima e incomprensibile (anche perché fatta senza microfono) e anche un’altra molto più breve, ma ha detto “di questo non voglio rispondere” e se n’è andato, senza che nessun cronista sentisse l’impulso di rifare su di lui quel che lui aveva fatto a Ljajic per bloccarlo e fargli dire tutto, o almeno qualcosa in più. Ecco, questo comportamento ci sembra spieghi bene molte cose. Anzitutto la dis-intermediazione della stampa. Ovvero, i giornalisti una volta servivano anche a fare domande: comode, scomode, stupide, intelligenti, disinteressate, prezzolate, tifose, spassionate ma le facevano, fungevano appunto da intermediari tra il campione e il pubblico. Adesso non ne fanno più. A volte perché non ne sanno più fare, vedi i cronisti che a metà e fine partita chiedono qualcosa a un tizio che non vede l’ora di correre negli spogliatoi a rifiatare o fare una doccia, e normalmente sono le più classiche banalità “sei felice?”, “sei triste?”, “e adesso che succede?”, con risposte altrettanto dimenticabili. Ma spesso i giornalisti non fanno più domande perché non possono. Le conferenze stampa sono sempre più spesso stile Rossi, dei monologhi che potrebbero essere tranquillamente sostituiti da un comunicato stampa, salvo che serve esporre alla telecamera una faccia, e alla fine uno saluta e se ne va bruscamente (un altro esempio del periodo, per uscire dal calcio, è Formigoni). Ma anche quando ci sono, le domande, sono in numero prefissato, devono essere brevi, e se non sono accomodanti ti becchi occhiatacce da mal di pancia degli addetti stampa, cui seguono proteste verbali e magari anche litigi. Non solo. Le società, come forse saprete, decidono loro che giocatore fare parlare in conferenza stampa, e se chiedi un’intervista a tu per tu con qualcuno te la fanno sudare mesi. Tramontati i tempi in cui chi andava a Milanello (esempio a casaccio) se voleva parlare con Rivera gli faceva un gesto mentre si allenava, e lui alla fine si fermava. In uno dei numeri da collezione dell’Europeo (ora è mensile e raccoglie il meglio degli articoli di quand’era settimanale) abbiamo letto un’intervista a Gigi Meroni, in cui veniva anche raccontata come era stata fatta: il giornalista aveva telefonato al Filadelfia, dove Meroni si stava allenando, e il custode era andato a chiamarlo, facendogli interrompere gli esercizi con compagni e allenatore per rispondere alle domande. Pazzesco anche solo pensarci, no? Ora i giornalisti sono essenzialmente malcapitati reggitori di microfono, che devono intrufolarsi nei pochissimi spazi lasciati liberi da occhiuti uffici stampa, sponsor, silenzi stampa, monologhi in conferenza, e per questo quando hanno l’occasione di fare una domanda spesso non osano farla aggressiva o ficcante per paura di non avere risposte. C’è anche, ne abbiamo già parlato, una notevole diminuzione del ruolo di critica da parte dei giornalisti, spesso più propensi a esaltare l’interlocutore che a rampognarlo. Anche perché succede che l’evento (già, ora è tutto evento) il giornalista televisivo l’abbia potuto mostrare o raccontare in esclusiva, e questo lo porta inevitabilmente a dover lodare il proprio prodotto, come farebbe un venditore di tappeti, altra sindrome di cui abbiamo già scritto. A molti poi va benissimo che lo sportivo esterni per suo conto sulla propria pagina di social network, e basta essere suo amico su Facebook e Twitter (chi non ha un profilo Facebook e Twitter ormai? A parte noi, intendiamo, ma a volte non interessa neanche a noi quel che pensiamo, figuriamoci agli altri) per poterne raccogliere le preziose parole. Che sono naturalmente una versione unilaterale, senza contraddittorio. Ma va benissimo così, e in fondo che differenza c’è con una conferenza stampa monologo? Sono insomma molti i motivi per cui i giornalisti hanno perso il ruolo di intermediazione. Ma quello di fondo, che in qualche modo li racchiude tutti, è la perdita di autorevolezza della categoria. Perdita in gran parte – inconsapevolmente, ovvio, ma all’atto pratico non cambia nulla – voluta dai giornalisti stessi. I quali fino a una trentina d’anni fa erano persone che venivano cercate, lette ascoltate per capire meglio cos’era successo, per avere un’analisi, un punto critico, una spiegazione, magari lo facevano pontificando, ma erano dei centri di gravità permanente. Poi si sono lasciati andare a: pagliacciate e piazzate in bettole mascherate da programmi televisivi, discorsi e scritti come ultras (con tante scuse agli ultras) e non come cronisti imparziali, articoli prezzolati, domande melense e insulse, perdita del senso critico e di analisi, superficialità nella raccolta dei dati, toni predicatori, insulti di calciatori e allenatori accettati con remissività se non addirittura con sadomasochistici sorrisi, pagelle umorali e raffazzonate, cronache infedeli, interpretazioni arbitrarie, servilismo di incofessabili interessi, narcisismi e barocchismi di chi si sente il nuovo Brera (inimitabile, purtroppo e per fortuna) o il nuovo Alberto Sordi (che al massimo lo poteva imitare Alighiero Noschese), ipocrisie assortite, ignoranza dell’italiano, incarnazioni del ruolo del tifoso (quello che poi molto pubblico vuole), pigrizie intellettuali, luoghi comuni, e ogni altra malefatta che vi possa venire in mente (il catalogo è tanto lungo quanto è limitata la nostra fantasia). E grazie a tutto questo l’autorevolezza l’hanno persa, e in modo irrimediabile. E ancora. Grazie a Internet, i blog in proprio, Youtube, le telecamere nei cellulari, ormai chiunque si sente giornalista, chiunque crede di poter sapere le cose senza bisogno dei giornalisti (o quantomeno senza doverle pagare, visto che siamo nel villaggio globale e il modo di avere gratis una notizia ormai si trova), e di poterle raccontare, mostrare, spiegare. È così? A volte sì, ovviamente, il più delle volte no, ma tutti quelli che lo fanno credono di sì e pensando di avere la verità dentro di sé, disprezzano sempre più i giornalisti. Intendiamoci, la categoria fa molto per farsi disprezzare, ma non ha tutte le colpe (tutte non le ha nessuno, neanche Delio Rossi, che anzi un merito ce l’ha: ha reagito, malamente ed eccessivamente, a una contestazione del suo ruolo di guida tecnica e umana di un gruppo, ma questo discorso ci porterebbe lontano). Per esempio, è un dato di fatto che la carta stampata stia tramontando, magari di un tramonto lento e dolce e che non porterà mai alla notte fonda, ma sta tramontando. Come dato di fatto è anche che la tv mostri tanto se non tutto, ma spesso non approfondisca veramente nulla. Ma di chiunque siano colpe e responsabilità, ormai è passata l’idea che i giornalisti non contino più niente, non servano più a capire la realtà, anzi contino solo grandi palle. È diventata opinione comune. E se i lettori, cioè le persone che seguono lo sport dall’esterno, hanno questa idea dei giornalisti solo leggendoli e vedendoli in tv più o meno saltuariamente, che idea volete che ne possano avere gli addetti ai lavori, che ci vivono a contatto costantemente? E come volete che si comportino quando è il momento di averci a che fare, di parlargli, di rispondere alle loro domande? Va già bene se, come Rossi, dicono che “di questo non vogliono parlare”. Livio Balestri telecommando@hotmail.it