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Quando Ghirelli scriveva sul Guerino

Redazione

2 aprile 2012

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Lo avevamo sentito al telefono qualche mese fa. Gli avevamo chiesto una cortesia per arrivare all’entourage di Giorgio Napolitano, di cui era amico da una vita nel nome della napoletanità. Di mezzo c’era il Centenario del Guerin Sportivo e, come al solito, lui era stato disponibile, cordiale, finendo per parlare non solo di sport, materia che adorava, ma anche della sua prima passione: la storia. Ieri, alla notizia della morte di Antonio Ghirelli, più che il dolore riservato in questi casi ai familiari e agli amici più stretti, abbiamo sentito il vuoto, l’assenza di un altro pezzo di Italia che se ne va. Ghirelli è stato un esemplare della generazione di campionissimi che il Paese ha avuto nel dopoguerra. I Biagi, i Bocca, anche loro scomparsi da pochissimo tempo. Antifascista, ancorato a un’idea della politica come mezzo ideale per la convinvenza tra le persone, Ghirelli è stato un intellettuale moderno, progressita, rigoroso e al contempo mosso da inesauribile passione. I suoi saggi, da quelli sul giornalismo sportivo alla storia di Napoli, restano lì a testimoniare il valore del suo valore. Nei quasi 90 anni di vita, Antonio Ghirelli ha fatto tantissime cose. Il direttore di Tuttosport e del Corriere dello Sport, il capoufficio stampa del Quirinale durante la presidenza Pertini. E ha anche onorato il Guerin Sportivo della sua grande penna. Qui di seguito abbiamo voluto ripubblicare un suo intervento sul nostro giornale. E abbiamo scelto quello pubblicato nel numero 28 del luglio del 1994, nella sua rubrica “Tribuna stampa” che si occupava di Diego Armando Maratona. Diego e il tramonto rifiutato Mi piacerebbe di dare appuntamento a Diego in una piccola pizzeria napoletana, dietro la Ferrovia, dove ci fossimo soltanto lui ed io, e potessimo chiacchierare tranquillamente, a cuore aperto, di quello che gli è successo prima e durante il Mondiale Usa. Lo pregherei di non portarsi dietro nessuno dei maghi e delle ballerine, dei massaggiatori e dei dietologi, degli avvocati e degli stregoni che fanno parte della sua corte dei miracoli. Tutt’al più gli chiederei se vanno bene, a tenerci compagnia, quei due simpaticissimi professori pazzi, Dini e Nikolaus, che hanno inventato addirittura un club (il Te Diegum: quasi un sacrilegio) per esaltare il loro campione preferito, l’idolo degli idoli, il pibe de oro, l’unico calciatore al mondo – insieme con Lothar Mattaus – che abbia disputato quattro edizioni consecutivi del Campionato del Mondo al massimo livello. Non vi meravigliate però, se vi confesso che non inviterei a cena Diego per strappargli chissà quali clamorose rivelazioni sulla triste vicenda dell’efedrina, che gli è costata a lui la più grande amarezza della vita (più grande anche delle disavventure giudiziarie), all’Argentina l’eliminazione per mano della scaltra Romania, a milioni di fan in tutto il pianeta, fino alla Thailandia, fino alla Patagonia, un dolore cocente quasi come la perdita di una persona cara. No, inviterei, Diego a mangiarsi una pizza col vecchio cronista unicamente per fargli capire che i suoi amici veri e disinteressati, voglio dire i tifosi e i giornalisti di Napoli, che non dimenticheranno mai i due scudetti e le Coppe conquistate soprattutto grazie alla sua insuperabile arte, non hanno bisogno di conoscere i retroscena per sapere qual è la verità sulla sua squalifica. Non l’hanno certo capita quei colleghi italiani, redattori di fogli specializzati che pure dovrebbero essere più vicini ai protagonisti e alle ragioni dello sport, i quali hanno affondato il coltello nella piaga coprendo Diego di insulti e di disprezzo. E per dirla tutta sono lontani, secondo me, della verità anche quegli amici troppo zelanti di Maratona che hanno condiviso fino in fondo la sua versione disperatamente difensiva, secondo la quale egli sarebbe stato usato dalla Federazione argentina e da quella internazionale per fare pubblicità al Mondiale Usa (con la implicita autorizzazione a servirsi di qualunque sistema pur di tornare in condizione) e poi abbandonato o addirittura consegnato alla vendetta dell’anti-doping. Intendiamoci, non è detto che in queste versioni non vi sia un grado di verità. Se non Havelange, il boss della Fifa, almeno Grandina, il ras della Federazione argentina, potrebbe aver chiuso un occhio in partenza, per avere Diego come impareggiabile direttore dell’orchestra biancoceleste. E se non una congiura per liquidare il fuoriclasse, certo la Fifa potrebbe aver messo un accanimento particolare, un pizzico di cattiveria di troppo, nel bollare a fuoco il campione che, pochissimi giorni prima di essere pescato al controllo anti-doping, aveva osato criticare duramente lo stesso Havelange, l’insopportabile segretario generale Blatter e soprattutto quegli arbitri la cui inettitudine (a dir poco, anzi pochissimo) si sarebbe successivamente abbattuta come un tornado anche sugli azzurri, grazie alle folli decisioni del signor Brizio Carter. A proposito di retroscena, Diego Armando Maratona ha promesso rivelazioni scottanti e può darsi che sia davvero in grado di farne, giacché nessuno ignora quanto siano enormi gli interessi in gioco nel Mondiale 1994, tra diritti televisivi, pubblicità, sponsorizzazioni e progetti per un campionato professionistico di “soccer” negli Stati Uniti, che costituirebbero un’autentica rivoluzione nello sport americano. Ma anche se il campione argentino regalasse a me quelle piccantissime rivelazioni, io gli risponderei lo stesso che la verità ultima, la verità più umana sulle maledette pastiglie di Daniel Cerini, è un’altra. Perché sono matematicamente sicuro, e lo direi a Diego tra una “margherita” e un bicchiere di Gragnano, che lui quelle pastiglie non le ha prese per curarsi il raffreddore, per dimagrire e neppure per drogarsi. Quelle dannate pastiglie, le ha prese semplicemente perché lui, Diego Armando Maratona, il più grande artista del calcio dopo De Stefano e Pelè, non sa, non può rassegnarsi al tramonto. Per lui lasciare il calcio, rinunciare ai gol, perdere in un’eco lontanissima il grido d’amore della folla, spegnersi senza gloria, è peggio che morire. Solo di questo vorrei parlare, in quella piccola pizzeria napoletana, con Diego e dirgli finalmente che ad uno scugnizzo di Buenos Aires, nato grandissimo senza essere mai diventato adulto, non si può che volere bene con tutto il cuore.

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