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Redazione

30 marzo 2012

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Sì, va bene: i club calcistici italiani nella stagione 2010-11 hanno avuto perdite per complessivi 428 milioni di euro e hanno in aggregato un indebitamento di 2,6 miliardi. Però è da quando leggiamo i giornali sportivi, quindi da quasi quaranta anni fa, che vediamo grigi e iettatori editoriali del genere 'il pallone si sta sgonfiando'. Poi per fortuna non si è sgonfiato, né in Italia né nel resto del mondo, trovando sempre nuovi personaggi che hanno pompato denaro nel sistema (magari distraendolo da aziende di altri settori, sul modello Tanzi). Quindi il Report Calcio 2012, attendibile perché fra i vari soggetti che lo hanno curato c'è la Federcalcio, potrebbe a prima vista essere archiviato come il solito grido di allarme. E invece stavolta la situazione è diversa e più grave rispetto al passato, non solo per una questione di numeri. Vediamo perché. 1. Le società considerate professionistiche, anche dalla Figc, non sono solo quelle di A, B e LegaPro, già troppe di loro, ma anche quelle della prima fascia del presunto dilettantismo. Il numero totale è di 470, una cosa mostruosa visto che dalla centesima in poi si gioca solo davanti ad amici e parenti. Significa quasi 10mila calciatori orbitanti intorno alle prime squadre, 9.000 dei quali alla fame o giù di lì. Una specie di fabbrica di illusioni, che un ente pubblico non dovrebbe alimentare. 2. Prendendo in considerazione solo le prime tre categorie, le squadre con bilanci in attivo non arrivano al 20% e metà di loro sono in A (fra queste la prima per bacino di utenza è il Napoli): significa che sotto a un certo livello, diciamo la serie B, il professionismo vero non può esistere nemmeno con bravi amministratori. Forse il concetto è più chiaro sottolineando che la serie A ottiene l'82% dei ricavi di tutto il sistema calcio. No serie A, no party. 3. Al di là della facile demagogia contro il calcio, questo vituperato sistema nonostante la quantità di 'nero' circolante dà allo Stato quasi un miliardo di euro l'anno, fra contributi fiscali e previdenziali. Senza contare le ricadute sulle economie locali, per quanto misere siano. Cancellare con un tratto di penna squadre o campionati non è insomma roba di poco conto, da discutere attraverso slogan. 4. La madre di tutti i problemi, che il report ovviamente non può evidenziare, è che in Italia ci sono pochissime attività economiche che vadano bene e quindi le ricapitalizzazioni monstre della serie A, quelle che davano ossigeno a tutto il sistema, sono destinate a scomparire. Mediaset è reduce da un'annata pubblcitaria negativa e il futuro è anche peggiore del presente, Moratti sta cercando un socio per la Saras, gli Agnelli stanno scappando dall'Italia, tutti stanno cercando di vendere 'progetti' che altro non sono che abbassamenti di livello. In LegaPro, poi, il classico industriale di provincia che vuole diventare l'uomo più in vista della città attraverso il calcio è una figura in via di estinzione. Non è sparita la provincia, ma è sempre più frazionata e piccola l'industria, oltre che diversa dal punto di vista del radicamento territoriale: un costruttore edile ha interessi locali diversi da chi si occupa di nanotecnologie: da qui il proliferare di cordate e consorzi, con relativa instabilità. Concludendo? La via d'uscita più facile sarebbe 'vendersi' a qualche sceicco o a qualche magnate di paesi emergenti, l'Italia ha sempre il suo fascino. Quella più dura l'abbassamento di livello, diventando solo un paese incubatore di talenti. Ma questo è il futuro. La realtà è che ancora per qualche anno rimarremo ad alto livello, con qualche fiammata europea delle nostre squadre. Poi il downshifting, per usare un termine di moda, che però non ci toglierà le nostre sfide tradizionali. Anche se in molti di sicuro rimpiangeranno il calcio dei Tanzi. Twitter @StefanoOlivari

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