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Il vero perché dei giornalisti tifosi

Redazione

27 febbraio 2012

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Ci sono state cose ben peggiori di Tagliavento (e di Romagnoli) in Milan-Juventus. Una è stata la rissa continua dei giocatori in campo, per non dire del clima sugli spalti, sempre più degradato man mano che ci si avvicinava alla tribuna d’onore (chissà com’è quella di disonore). Un’altra è stata la avvilente sfilza di insulti a Conte con cui Carlo Pellegatti ha chiuso la sua cronaca da “tifoso” per Mediaset Premium. Siccome Pellegatti è a suo modo onesto (nel senso che se gli avversari giocano meglio del Milan lo riconosce tranquillamente) e, tolti i panni del milanista, una persona per bene e garbata, lo ha capito benissimo e ieri ha vergato un comunicato di scuse molto sentito: «Ho usato parole sconvenienti ed offensive, pensando di non essere in onda, ma questo non deve essere una attenuante. Capita di trovare una buca sulla strada della vita, io l’ho trovata un sabato di febbraio». È stato un peccato di irruenza, non perdonabile, ma comprensibile visto il clima del momento. Però è anche un episodio che mette a nudo uno dei problemi veri del giornalismo, e non solo di quello sportivo: la sua faziosità, anzi per la precisione la sua tifoseria. Rimaniamo in ambito sportivo, sennò il discorso si complicherebbe e ci porterebbe subito a parlare dei massimi sistemi. Di ogni giornale si sa benissimo per chi tifa, anzi direttamente di ogni giornalista. Per tacere di quello che succede nelle tv locali, dove abbondano gli opinionisti targati, e anzi quella di tifoso è diventata una professione: c’è gente che campa allegramente ostentando la propria passione, diventando paonazzo davanti a un monitor per i gol fatti e sbraitando per quelli subiti. Tutto questo ha varie spiegazioni. - Una quasi sociologica o politica. Il bisogno di identità, quello che in fondo ha portato al successo la Lega (Nord, non Calcio): una delle esigenze dei nostri tempi è quella di esser rassicurati e confortati nelle proprie certezze e, appunto nella propria identità, di fronte ai continui cambiamenti, a una realtà che non ci piace e che ci angoscia. Abbiamo bisogno di chi ci confermi le nostre opinioni, ci dica che abbiamo ragione, non chi possa dire qualcosa di contrario o di diverso, col rischio di innescare un dubbio e quindi un ragionamento. Per cui ci si rifugia nella fortezza (o nella piccola patria) del dialetto, dell’accento, delle usanze, dell’opnione politica. E, perché no?, anche del tifo. - Una umana. Il sempre maggiore predominio dell’emotività nella nostra vita e nell’informazione. Non delle emozioni, che sono cose spesso splendide, ma dell’emotività, che è il farsi governare dalle emozioni, il lasciare decidere a loro in vece nostra. Le emozioni sono la rabbia, l’amore, i nostri sentimenti. L’emotività è la loro esasperazione, con atteggiamenti irrazionali e sopra le righe, umorali, imprevedibili, incontenibili (un esempio per tutti, applaudire le bare ai funerali invece del silenzio). - Una giornalistica. La mutazione, che possiamo individuare come iniziata verso la fine degli anni Ottanta, simboleggiata dall’affermarsi del Processo di Biscardi, del ruolo del giornalista. Prima di allora il giornalista non solo doveva essere, ma soprattutto apparire (che è più importante), imparziale. Se gli si chiede del suo debutto nel giornalismo, Gianni Mura racconta che quando entrò alla Gazzetta dello Sport gli dissero chiaro e tondo: “Ah, naturalmente qui dentro non si tifa per nessuno”, e lui dovette abbandonare il suo tifo (milanista, per la cronaca). Gianni Brera, per sfuggire alla domanda sul suo tifo (per quanto si sussurra, interista) ostentava simpatie genoane, cioè di una squadra innocua, non una delle grandi. Questa imparzialità serviva al giornalista per condurre a sé il lettore, convincerlo della bontà delle sue analisi, dell’onestà della sua cronaca (non dimentichiamo che quasi mai il lettore aveva anche visto tutta la partita, al limite qualche frettolosa immagine, bisognava raccontargli tutto). Era appunto il lettore che andava verso il giornalista. Ora è il giornalista che va verso il lettore (o lo spettatore), gli chiede di fargli spazio sul divano per guardare la partita, darsi di gomito, abbracciarsi o piangere assieme. Prima la direzione era verso l’alto, verso il giornalista che magari pontificava ma le cose le sapeva, le narrava e magari faceva anche un po’ di cultura. Ora la direzione è verso il basso, e il più in basso possibile per poter essere capiti e accettati dal maggior numero di persone. L’ultima moda è appunto quella delle deliranti telecronache da tifoso. Che possono avere un qualche senso a livello di squadra locale, o sui vari Milan, Inter, Juve channel, che sono organi ufficiali dei club. Ma sono mortificanti se ascoltate su tv nazionali. La specialità è appunto di Mediaset Premium, che ha un doppio canale audio per ogni partita, con commento giornalistico e commento fazioso. E la tecnica è sempre la stessa: soprannomi dadaisti per ogni calciatore, enfasi, spreco di metafore iperboliche, esaltazione di qualunque gesto dei propri beniamini, urla, frasi tormentone (spesso in occasione dei gol: uno urla gol-gol-gol-gol-gol con voce sempre più stridula, un altro ripete ossesso “si gonfia la rete”, e così via). Tutto bene, e sono anche divertenti da ascoltare, per 2-3 minuti. Col solo, lievissimo difetto, che non sono giornalismo. Sono cabaret, intrattenimento, al limite comunicazione (di sentimenti e passioni), ma non informazione e giornalismo. Invece Mediaset se ne vanta assai, e anche nelle trasmissioni di commento serie tipo Controcampo manda spesso e con gran compiacimento pillole di questi urlatori che commentano i gol. Finora eravamo sempre stati nella farsa e nel grottesco, senza scadere nella violenza verbale, nel “testa di” e in tutto quello che abbiamo ascoltato sabato (e che se vogliamo farci del male possiamo riascoltare sui siti di Corriere, Repubblica e su Youtube). Ma era inevitabile che ci saremmo arrivati, visto il clima esasperato fino alla follia del nostro calcio. E spiace che sia successo all’unico vero giornalista tra questi telecronisti faziosi. Sarebbe bello se l’episodio servisse a riflettere un po’ su tutto questo. Ma non accadrà. Fa molto più comodo a tutti continuare a insultare gli arbitri e a fare polemiche. Calciatori, allenatori e dirigenti possono alzare polveroni e distrarre dai problemi di gioco della squadra. I tifosi hanno sempre una scusa a cui aggrapparsi se le cose vanno male. I giornalisti aumentano i lettori dei giornali, le cliccate sui siti e l’audience di certe trasmissioni. Il circo piace a tutti, perché chiuderlo? Livio Balestri telecommando@hotmail.it

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