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Un futuro pieno di Como

Redazione

14 febbraio 2012

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La fine della Lega Pro non è inevitabile, se in ogni realtà locale ci si renderà conto che il bilancio finanziario delle società sarà sempre e comunque in passivo: a maggior ragione in anni di crisi economica e di minore presenza di pagamenti in nero, vera architrave delle cosiddette 'minors' di ogni sport. Per questo quanto sta succedendo a Como ha attirato l'attenzione di molti addetti ai lavori. Sì, ma cosa sta succedendo a Como? Per la verità è già successo. Ieri l'assemblea dei soci ha ha deliberato l'ingresso della società S3C nel capitale sociale del club presieduto da Amilcare Rivetti con una quota del 99%. E fin qui niente di nuovo. La parte interessante della vicenda è che la S3C non è un'azienda qualsiasi di un altro settore che debba scaricare utili o far girare soldi opachi, né tantomeno fa capo al ricco (o presunto tale, come spesso avviene in Lega Pro) della situazione, anche se un presidente ce l'ha (si chiama Guido Gieri): è infatti un'azienda, costituita da tante realtà imprenditoriali di città e provincia (al momento 15), nata al solo scopo di finanziare la società di calcio per i prossimi 5 anni dandole una stabilità gestionale e puntando sul settore giovanile. La novità è che questi imprenditori sanno già in anticipo che ci perderanno e che nessuno di loro avrà chissà quale ritorno di immagine visto che non c'è il morattiano uomo forte che possa dire 'Siamo pieni di debiti, ma pago tutto io'. In concreto la S3C tirerà fuori subito 250mila euro per gli stipendi arretrati (il vero tumore della categoria, quello che mina la regolarità dei campionati al di là dei facile moralismi) e ricapitalizzerà per almeno un milione. Il modesto spettacolo offerto dal calcio di LegaPro (ma lo stadio Sinigaglia, con lago e monti sullo sfondo, è nella posizione più bella d'Italia a pari merito con il Franchi di Siena che è mezzo chilometro da Piazza del Campo) e la vicinanza a Milano e Torino renderanno impossibile la distribuzione di utili, anche fra mille anni, ma almeno stavolta è chiaro da subito. Siamo insomma al calcio come identità territoriale ma anche come responsabilità sociale, fermo restando che si può vivere benissimo anche senza calcio. Cambiando provincia il discorso dovrà necessariamente essere lo stesso. Noi benestanti di Foggia dobbiamo tenere in vita il Foggia, noi di Ferrara la Spal, e così via. E' un po' un ritorno agli albori del calcio, quando un gruppo di professionisti si metteva insieme e sosteneva (o fondava) una squadra, senza bisogno del mecenate-fenomeno: quasi tutti i grandi club italiani sono nati in questo modo, fra l'altro. Twitter @StefanoOlivari

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