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Moratti mai sotto esame

Redazione

8 febbraio 2012

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Tutti sotto esame, il titolo-velina non cambierà mai. Tutti tranne l'unico che decide, si intende. Claudio Ranieri dopo il tracollo dell'Olimpico, seguito ai passi falsi con Lecce e Palermo, è entrato ufficialmente a far parte di un club poco esclusivo: quello degli allenatori interisti messi sulla graticola da Moratti senza avere particolari colpe se non quella di guidare una squadra di qualità inferiore rispetto ad alcune concorrenti. Un misto di vecchi che tengono duro con dignità, vecchi bolliti per età e infortuni, discreti professionisti e giovani dal futuro incerto: praticamente il Milan, ma senza il giocatore più decisivo del mondo nell'ultimo decennio. E nemmeno paragonabile alla Juventus di Conte, che pur con qualità media dei singoli inferiore ha una identità e un'intensità da Inter di due anni fa. A questo triste destino, non importa se ben pagato (si può trattare male qualcuno in base al reddito?). costellato di mezze frasi e accuse per interposto giornalista, solo un uomo è riuscito a sottrarsi andandosene di propria volontà nel club più prestigioso (che in questo momento non è il più forte, come i ripetuti confronti diretti con Guardiola hanno dimostrato) del mondo. Tutti gli altri sono stati delegittimati mentre ancora c'erano traguardi possibili: chi dopo pochi giorni (Gasperini, peraltro il peggiore di tutti come atteggiamento) e chi dopo qualche anno (Mancini). Nella nostra modestia non possiamo non notare che Ranieri fin dall'inizio ha avuto la parola traghettatore scritta in fronte, al di là di un contratto fino al 2013: per la sua successione vale davvero tutto, visto che la buona stampa si guadagna parlando di 'progetti' e di 'giovani' non troviamo strampalate le voci su un Roberto Baggio (che come al solito ha svernato in Argentina, notato anche alla festa di Martin Palermo) fresco di patentino. Ma il punto è un altro. Le ambizioni di Moratti sono finite a Madrid un anno e mezzo fa, con la conquista della Champions League e il raggiungimento ideale del padre: non c'è bisogno di uno psicoanalista per capirlo, al netto della vicenda iraniana che lo ha di sicuro reso meno ricco. Da quel giorno in poi, in mezzo a coppe minori, che solo con un'italiana in campo diventano mitiche, e a operazioni di mercato spiegabili solo con ragioni extracalcistiche (le cessioni di Balotelli ed Eto'o su tutte), l'Inter è tornata ad essere un giocattolo dove far vedere la propria mano in mezzo ai complimenti di chi gode nel linciare gli allenatori. Non si può parlare di fair play finanziario in uno sport quando si viaggia al ritmo di 40 milioni di euro di ricapitalizzazione media ogni anno, soprattutto non lo si può fare quando tutti sanno che nel calcio ad alto livello la cosiddetta gestione caratteristica è in perdita per tutti i club che in prospettiva ambiscono a vincere la Champions (fa eccezione il Manchester United). E' demagogia, diffusa dalle stesse persone che giudicavano 'investimenti' i 16 miliardi di lire all'all'anno di ingaggio a Recoba e 'mercenario' uno come Ronaldo che si era sfasciato ginocchia e tendini giocando con la maglia neroazzurra e non in discoteca. Conclusione: non si possono criticare gli sceicchi (di recente lo ha fatto addirittura Paolillo, in un'intervista di Giovanni Capuano pubblicata su Panorama), quando fino a poco tempo fa lo sceicco eri tu. Conclusione due: non è obbligatorio possedere una società di calcio. Conclusione tre: un presidente non può pretendere una gratitudine che non è riservata ad altre categorie del calcio. Twitter @StefanoOlivari

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