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Come si evade nel calcio

Redazione

30 gennaio 2012

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L'Agenzia delle Entrate, nel quadro dei segnali che sta mandando riguardo alla lotta all'evasione fiscale, non poteva farsi mancare il pallone. Un blitz negli uffici della Lega o di qualche club di serie A (c'è solo l'imbarazzo della scelta, se si parla di plusvalenze qualsiasi bilancio può essere considerato irregolare) avrebbe un potenziale pubblicitario sicuramente superiore rispetto a quello in una gioielleria di Cortina o in una discoteca di Milano. Lo sanno tutti ed è proprio per questo che la questione relativa alle comproprietà (traduzione: il pagamento del 21% di Iva su queste operazioni) sarà nelle prossime settimane oggetto di 'trattativa' fra l'Agenzia e la Lega. Con Maurizio Beretta, dato da mesi in uscita ma mai in realtà uscente, che si è mostrato non a caso conciliante. Guardando alla realtà quotidiana delle società, soprattutto in questi ultimi giorni di mercato di riparazione, bisogna però chiedersi dove stia veramente l'evasione fiscale nel nostro calcio. A taccuini chiusi il più scalcinato dei procuratori e il più scarso dei direttori sportivi risponderebbe che i soldi veri sono quelli che transitano sulle operazioni con l'estero. Con un meccanismo che diventa semplicissimo quando il giocatore è, totalmente o in parte, di proprietà di una società diversa da quella sportiva (in Sudamerica è praticamente la norma). Sintetizzando: la società X, proprietaria del 50% del cartellino del fenomenale attaccante Furbinho, il Ronaldo (di più: un misto fra Garrincha e Pelé, con qualcosa di Romario) del futuro che attualmente gioca nel club Y, vende ufficialmente per 30 milioni di euro Furbinho al club italiano Z guidato dal direttore generale K. Dalle casse di Z escono 30 milioni reali, che vanno ad abbattere gli utili (e curiosamente Z è sempre in perdita, con giornalisti e tifosi che esaltano la generosità del padrone nel ricapitalizzare) di cui 15 finiscono nelle casse di X e 15 in quelle di Y. Di solito la valutazione viene gonfiata già all'inizio, quindi Y riconoscerà a K una commissione di 2 milioni, versata su un suo conto alle Cayman o a Lugano, mentre per quanto riguarda i 15 spettanti a X farli sparire è semplicissimo: triangolazione di fatture false con un terzo stato estero e, quando il Fisco di una delle tre nazioni coinvolte nel giro dovesse svegliarsi, fallimento pilotato di X con spolpamento preventivo degli asset. E non contiamo i soldi spettanti ai vari mediatori, che grattano un po' da una parte e un po' dall'altra. Dei 15 milioni di X di solito metà ritorna a Z, che così può creare fondi neri per sé o per il suo azionista di maggioranza. Solo così si spiegano certi nomi circolanti sui campi, ma soprattutto sulle panchine, di serie A e gli 'sbroccamenti' di alcuni presidenti quando la società X della situazione non mantiene i patti. Conclusione: la vera lotta all'evasione nel calcio dovrebbe partire da queste mega-operazioni, non certo dall'Iva sulla cessione di comproprietà di un Primavera. Conclusione bis: le vicende di calciomercato sono commentabili solo sotto il profilo sportivo (quel giocatore migliora a o no la squadra?), non certo attraverso cifre finte. Twitter @StefanoOlivari

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