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La fatica di essere Toro

È trascorso un mese e mezzo, pausa natalizia compresa, non un secolo. Dieci dicembre, il Torino batte 4-2 il Pescara di Zeman (brillando nel gioco molto più nettamente di quanto non dica il risultato) e si porta a +8 proprio nei confronti degli abruzzesi, quarti in classifica, con il Sassuolo terzo a cinque lunghezze. Lì però qualcosa si spezza, il Torino smarrisce la strada maestra. Perfino Ventura non sembra avere più le mani salde sul timone. E siamo al pareggio di sabato sotto la tormenta nevosa di Varese (nella foto, Oduamadi alle prese con Zecchin). L'ennesimo passettino. Cinque partite, sei punti. Una vittoria (con l'Ascoli), tre pareggi (AlbinoLeffe, Cittadella, Varese), una sconfitta (Modena). Bilancio allarmante. Perché mentre le altre hanno accelerato, il Toro ha tirato il freno a mano. Finisse oggi il campionato, avrebbe fallito la promozione diretta che pareva alla portata e sarebbe condannato all'insidia dei playoff. Il gruppo, che fin qui si era calato con grande rigore e umiltà nella tutt'altro che semplice filosofia tattica di Ventura, fatica a rispondere alle sollecitazioni del tecnico. Stanchezza, infortuni, tensioni. Da ultimo ci si è messa pure l'influenza. E l'incertezza determinata da un mercato che procede con qualche intoppo di troppo (come l'acquisto sfumato di Carrozza) e che pure in buona fede, nell'intento di migliorare (vedi gli arrivi di Meggiorini e Pasquato), sta creando malumori e cattivi pensieri in uomini che pure dovrebbero fare la differenza, come Rolando Bianchi e lo stesso Sgrigna. Si sbaglia molto sotto porta. Errori banali, incredibili, inspiegabili. O meglio, spiegabilissimi con la vera difficoltà che questa squadra sta incontrando, al di là del valore degli avversari. La fatica di essere Toro. La voglia, che adesso diventa peso opprimente, di riscattare stagioni opache. Di regalare certezze. Di ritrovare dignità calcistica. Di uscire da quel tunnel che ciclicamente si ripresenta sul cammino granata. E che talvolta precipita quasi in rassegnazione. Ecco perché partita di domani sera con il Vicenza (attenzione a Cagni: le sue squadre non sono mai banali e sanno vendere cara la pelle) rappresenta uno snodo fondamentale. O si riprende subito il filo del discorso, o si inverte la rotta tracciando anche nuove coordinate tattiche (Ventura non consideri un'eresia irrobustire il centrocampo, se questo dispensa tranquillità al reparto e alla squadra), oppure il corto circuito delle ultime settimane si trasformerà nell'ennesimo calvario. Un affronto che la storia del Torino non merita. Ma questo, Ventura lo sa bene. Gianluca Grassi