Raccontare la vicenda grande e tragica di Arpad Weisz richiederebbe un libro, le poche righe (è provato che dopo la decima cade l'attenzione, anche per argomenti interessanti) di un articolo sul web non gli renderebbero in alcun caso giustizia. E un libro in realtà è stato scritto, proprio dal direttore del Guerino: 'Dallo scudetto ad Auschwitz. Vita e morte di Arpad Weisz, allenatore ebreo' (editore Aliberti). Lo citiamo non a mo' di marchetta, anche perché si tratta di un'opera uscita quasi cinque anni fa (gli interessati l'avranno già comprata, i non interessati non lo faranno mai), ma come pretesto per parlare del Giorno della Memoria e un po' anche di Weisz.
Per quanto riguarda il primo argomento, vorremmo sottolineare che il parlarne non è mai abbastanza anche per chi è schiavo dell'attualità o dell'ultima twittata demente del campione tatuato. Un recente sondaggio fatto in Germania ha dato un risultato inquietante: il 20% dei giovani tedeschi non sa a cosa associare la parola Auschwitz. E non siamo nemmeno nel campo dei giudizi di valore, ma solo in quello del puro e semplice 'sentito dire' storico. Quel vituperato nozionismo (sarà meglio l'ignoranza?) che dovrebbe dare la scuola dell'obbligo. Questo Giorno non è insomma un rituale stanco e nemmeno la classificazione di un genocidio (nel caso quello degli ebrei d'Europa) in rapporto a tutti gli altri della storia recente del mondo. E' il ribadire che non si può vivere il presente senza conoscere, almeno superficialmente, alcune dinamiche del passato. Una piazza urlante gli stessi slogan, non necessariamente nazisti, ha in ogni epoca bisogno del suo capro espiatorio ed in ogni epoca ha la tentazione semplificatoria dell'uomo o dell'ideologia forti. La democrazia liberale ha i suoi limiti (il principale è che eletti ed elettori sono quasi sempre mossi da motivazioni egoistiche) ed è sotto molti aspetti inefficiente, ma il suo sistema di contrappesi e controlli incrociati rende il mondo più accettabile e garantisce agli individui una libertà che solo quando si perde riacquista importanza.
Per quanto riguarda Weisz, ci piace ricordare un altro bellissimo libro. Questo scritto da lui stesso nel 1930 insieme ad Aldo Molinari (prefazione di Vittorio Pozzo, scusate se è poco), dall'ambizioso titolo 'Il giuoco del calcio'. A noi l'hanno regalato, dopo averlo trovato da un libraio di Bologna, ma in diverse biblioteche italiane lo si può consultare senza problemi. Un trattato di raro interesse, con i gesti tecnici di ogni singolo ruolo analizzati nel dettaglio. Davvero memorabili, oltre che modernissime, le pagine sul modo in cui un difensore deve respingere un pallone ed effettuare scelte in situazione di inferiorità o parità numerica con la squadra attaccante. Un'opera di sicuro all'avanguardia e di sicuro stra-copiata nei decenni successivi, resa ancora più importante dal fatto che ai tempi di Weisz l'allenatore era una figura considerata marginale: un mestierante che doveva giusto decidere gli undici da mandare in campo e che per il resto non incideva più di tanto (anche in serie A raramente si superavano i due allenamenti alla settimana).
Rimandiamo a Matteo Marani per sapere come il nazismo e il fascismo abbiano distrutto la sua vita e quella della sua famiglia, noi modestamente notiamo che sulla copertina del libro (del 1930, ricordiamo, sperando che i giovani italiani sappiano chi c'era al potere all'epoca meglio dei coetanei tedeschi) l'autore è scritto Veisz, con la lettera iniziale italianizzata. Ecco, no, si chiamava Weisz.
Twitter @StefanoOlivari