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Illeciti nei campionati giovanili? Tutto vero

«Andremo a controllare anche parecchie partite del settore giovanile». L'inciso del presidente Mario Macalli pronunciato a margine del convegno dove, alla presenza del capo sicurezza Fifa Chris Eaton, è stata presentata l'attività intrapresa dalla Lega Pro contro gli illeciti (con partite di campionato monitorate da SportRadar, società specializzata che si occupa di smascherare frodi sportive), è passato sotto silenzio o quasi. Archiviato dai media come l'ennesima provocazione di un dirigente che ama dire quel che pensa senza troppi giri di parole e che ci ha abituati a una dialettica forte, ad effetto, volutamente condita da una vis polemica iscritta nel suo dna. Macalli ha messo però il dito in una piaga molto più diffusa (e quindi grave) di quanto si possa pensare. Non credo infatti che il presidente si riferisse tanto a un ipotetico giro di scommesse (come tutti sanno i campionati giovanili non sono "quotati" nel circuito delle agenzie legali ed è piuttosto difficile, anche se non impossibile, pensare a un'organizzazione clandestina messa in piedi ad hoc per lucrare su questi tornei),  quanto piuttosto alla possibilità che certi risultati vengano alterati per soddisfare i piccoli-grandi interessi che circolano nel calcio giovanile. Per lo più sconosciuti al grande pubblico. Perché tanta sicurezza in merito? Perché due anni fa sono stato coinvolto in prima persona in una vicenda del genere. In breve. Gli Allievi regionali della società in cui ero responsabile del settore giovanile, terzi in classifica e ormai senza possibilità di accedere alla fase finale, giocano l'ultima di campionato in casa di una squadra che lotta per salvarsi. Per capirci: il regolamento di allora prevedeva che solo le prime otto classificate (su quattordici) di ogni girone conservassero il posto nei regionali la stagione successiva. E i nostri avversari erano lì, in bilico fra ottava e nona piazza. Sapete cosa vuol dire per un club avere squadre giovanili a livello regionale? Significa essere la società di riferimento della propria zona, significa trovare più facilmente sponsor, significa attrarre più famiglie e contare quindi più iscritti (e di conseguenza più quote: dai 300 ai 400 euro all'anno per ogni bambino che frequenta la Scuola Calcio) rispetto alle concorrenti che limitano la propria attività all'ambito provinciale, significa mettere in mostra i propri talenti a livello superiore e magari sperare di piazzarne un paio nei professionisti (con incasso del relativo premio di preparazione previsto dalle carte federali). Tradotto: tre punti a fine stagione possono valere, stando scarsi, dai 20 ai 30 mila euro. Oro puro, a livello dilettantistico. A metà settimana, la telefonata a un nostro dirigente che mi riporta la proposta "amichevole". Buttata lì come se niente fosse: «Ci chiedono di farli vincere, tanto a noi non cambia niente». Vado su tutte le furie. Non voglio neppure sapere quale sarebbe la contropartita (un giocatore per la prima squadra, pare) e ribatto: «Siamo matti? E chi lo dice al nostro allenatore, uno che non ci sta a perdere neanche a biliardino? E i ragazzi? Che esempio gli diamo? Io non dico proprio niente a nessuno. Andiamo e ce la giochiamo. Come sempre». Così è stato. Gara dominata ma stregata. Perdiamo uno a zero dopo aver fallito almeno quattro o cinque clamorose palle-gol. Ci proviamo fino alla fine, pazienza. Loro sono salvi. Ma soprattutto è salva la nostra dignità. Mia, dei ragazzi, dell'allenatore. Il calcio dovrebbe essere questo. Dovrebbe, ma sappiamo che troppo spesso non lo è. Ecco perché Macalli pone un problema serio. E soprattutto reale. Gianluca Grassi