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Il torto al fascista Magni

Redazione

11 gennaio 2012

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L'immenso Fiorenzo Magni, uno dei pochi fuoriclasse dello sport ad avere avuto successo anche in un ambiente di lavoro extrasportivo, ha da circa un mese compiuto 91 anni e la Rai gli ha dedicato uno speciale molto interessante in una puntata della trasmissione 'Dedicato a...' in onda su RaiSport ma che meriterebbe spazio anche sulle reti principali. Interessante non perché ci siano state grandi rivelazioni, del resto impossibili per un'epoca del ciclismo su cui sono stati scritti diecimila libri e con i suoi protagonisti quasi tutti morti, ma perché gli ospiti in studio (conduceva Auro Bulbarelli, con a fianco Beppe Conti, Franco Cribiori e Giorgio Albani) hanno dato una lettura interessante del famoso ritiro durante il Tour de France del 1950. La storia di base è nota: dopo la tappa dell'Aspin, Gino Bartali asserì di essere stato preso a pugni da alcuni tifosi francesi e il c.t. Alfredo Binda su indicazione della federazione e del governo italiano ritirò la nazionale (all'epoca il Tour era per squadre nazionali, un'idea che fra qualche anno potrebbe tornare di clamorosa attualità), con Magni in maglia gialla. Forse non avrebbe vinto la Grande Boucle (quell'edizione sarebbe andata a Kubler), ma di sicuro avrebbe avuto buone chance perché non è vero che in salita non andava (i tre Giri d'Italia vinti stanno a dimostrarlo) ed in ogni caso i Pirenei sarebbero stati alle spalle. Punto primo: Bartali probabilmente ingigantì l'episodio, perché nessun altro italiano fu colpito (di sicuro non Magni, che transitò per lo stesso punto due minuti dopo il grande Gino). Insomma, nessuna guerra anti-italiana a cinque anni dalla fine del conflitto mondiale, ma gesti di singoli idioti. Punto secondo: Bartali stava male, Giampaolo Ormezzano ha parlato di cistite, di sicuro sentiva che non avrebbe potuto vincere quel Tour. Punto terzo: Magni avrebbe voluto continuare, al limite anche da solo, ma non lo fece per motivi politici e di opportunità. All'epoca, per chiamare le cose con il loro nome, Magni era considerato il fascista della situazione. Non che fosse stato l'unico italiano ammiratore di Mussolini, qualche anno prima (anzi, questi italiani prima della guerra erano stati la maggioranza: i famosi anni del consenso, per citare Montanelli), ma di sicuro fra i grandi campioni che infiammavano le folle era l'unico ad avere questa caratterizzazione. Da ricordare che dopo l'armistizio dell'8 settembre 1943, Magni aderì alla Repubblica Sociale Italiana e nel 1945 fu processato per uno scontro con i partigiani in una località dell'Appennino. Poi la vicenda finì in niente a causa dell'amnistia che di fatto salvò l'Italia da una guerra civile, ma il marchio del repubblichino rimase. Da persona intelligente quale era ed è, Magni capi che Bartali (la cui immagine politica era molto diversa dalla sua) e Binda gli stavano facendo un torto, facendogli perdere l'occasione della vita, ma che nell'Italia dell'epoca la strada delle ricostruzione poteva anche andare contro gli interessi personali e l'etica sportiva. Insomma, si trattò del famoso 'non infiammare gli animi', anche se a distanza di sessanta anni gli albi d'oro non possono tenere conto con un asterisco del clima politico di un'epoca. Twitter @StefanoOlivari

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