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Non dimentichiamo Tennisopoli

Redazione

3 gennaio 2012

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Scommessopoli sta dilaniando per l’ennesima volta il calcio. Nel tennis a che punto siamo? Indietruccio, verrebbe da dire, se pensiamo che è considerato uno degli sport più a rischio-combine del mondo, uno di quelli che attirano gli stormi maleodoranti degli aggiusta-partite. A livello mondiale il giro complessivo delle scommesse illegali sullo sport è stimato attorno ai novanta miliardi di euro, e il tennis, inutile far finta di nascondersi dietro un manico di racchetta, contribuisce con la sua quota. Per controllare, sorvegliare e punire nel maggio 2008 è stata creata una Tennis Integrity Unit, capeggiata da un paio di ex-investigatori di Scotland Yard. Una struttura riservatissima, che si concede poco ai media, dunque di cui poco si sa. Se non che è finanziata da Atp, Wta, Itf – cioè dai due sindacati dei giocatori e dalla federazione internazionale – e dai quattro tornei dello Slam. Insomma: come le tristemente famose aziende di rating è pagata proprio da chi dovrebbe controllare. Vi pare sensato? Sarà per questo che al tennis manca ancora il suo Doni (o il suo Paolo Rossi). L’ultimo beccato con le mani nel sacco è tale Lucas Renard, un 19enne svedese n.880 del mondo. Prima di lui era stato squalificato a vita il serbo David Savic, che in carriera al massimo era stato n.363 Atp, ed erano stati sanzionati anche il tedesco Daniel Koellerer (n.55 nel 2009) ed Ekaterina Bychnova. Un pesce medio piccolo e tanto plancton. Voci ne sono girate invece parecchie, su Nikolay Davydenko, ad esempio, o sul gruppetto di italiani sospesi qualche anno fa ma usciti pulitissimi dall’inchiesta (come peraltro Davydenko) e che in seguito hanno addirittura fatto causa all’Atp. Nel tennis le scommesse illegali, le partite truccate o comunque guidate ci sono eccome, il problema è trovare le prove, convincere un pentito, registrare un “biscotto”. Nei tornei di fascia bassa, dai challenger in giù ma anche in qualche Atp, ci sono molti loschissimi individui che telefonano ai giocatori chiedendo se per il tal appuntamento hanno bisogno “di sette, magari dieci racchette”. Poi al posto degli attrezzi vengono recapitate mazzette. Ci sono aree più “calde” – l’ex Unione Sovietica, i Balcani, il Sud America, qualcuno sostiene anche l’Italia – ma difficilmente (lo dico sperando vivamente di sbagliarmi) la TIU riuscirà a fare molto di più che pescare qualche altro imbranato carneade qua e là. Un po’ perché è difficile, un po’ perché, come si diceva prima, il fatto che a pagare gli investigatori siano enti che rappresentano – a vario titolo – anche i possibili sospetti, non è proprio il massimo della trasparenza. (...) Articolo di Stefano Semeraro, pubblicato in versione integrale sulla Stampa

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