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I compagni di Padovano

Redazione

14 dicembre 2011

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Michele Padovano, il giorno dopo la condanna a 8 anni e 8 mesi per la partecipazione ad un’associazione finalizzata al traffico di hashish. Ha smesso l’abito scuro del tribunale e racconta accanto all’avvocato Paolo Davico Bonino che non ha alcuna intenzione di darsi per vinto. «Per natura sono uno spirito battagliero. Ho riletto per l’intera giornata le intercettazioni che mi riguardano...». Cos’ha trovato? «Solo una telefonata può sembrare equivoca. Quella in cui Luca Mosole mi propone di portare nella mia villa una gru che si sospettava potesse contenere hashish. Per quell’imputazione sono stato assolto». (...) Contro di lei c’è l’accusa di aver dato 25 mila euro al suo amico d’infanzia Mosole e di averlo incontrato un paio di volte nella gelateria di San Gillio, il suo paese». «Mi sono fermato a prendere un aperitivo con lui e con chi c’era con lui. Mosole è mio amico dall’infanzia, siamo cresciuti insieme, io nella cronaca calcistica, lui in quella nera, ma a me non importava, erano fatti suoi, per me contava e conta l’amicizia». E gli manda 25 mila euro prima che lo arrestino con mille kg di hashish. «Tornando indietro, lo rifarei. Quella volta mi telefonò: “ ho una cavalla da comprare, mi presti il denaro?”. Sapevo che i cavalli erano parte della sua vita e che il denaro me l’avrebbe restituito, come aveva fatto, 50 mila euro sull’unghia, dopo avermi distrutto una Porsche. Ho dato i soldi alla sua ex moglie, che glieli inviò con un bonifico. Poi lei ha prodotto la fattura per la cavalla ed è stata assolta». (...) Vabbè, adesso però è diventato il cattivo. E’ storia di poche ore fa che il padre di un suo ex compagno alla Juve, Mark Iuliano, abbia riferito su Facebook che lei ha rovinato suo figlio, alludendo alla droga. «Ho parlato con Mark al telefono. Gli ho detto: “Querelo tuo padre e tu smentiscilo. Mi ha promesso che lo farà (i loro avvocati si sono già parlati). Poi, siccome sono diventato davvero cattivo, il padre di Iuliano mi ha tirato in ballo anche per la morte di Denis Bergamini». Il calciatore sulla cui fine ha scritto un libro Petrini? «Sì, lui. Era un mio carissimo amico. A Cosenza, nel 1989, dividevamo l’appartamento. Un sabato sera ci lasciò al cinema e andò a 80 km da Cosenza con la sua ex che ha raccontato più versioni, e si è poi decisa a dire che si era buttato sotto un camion. Non ho mai creduto alla tesi del suicidio. Per fortuna sono state riaperte le indagini e spero che si chiarisca». Per il suo immediato futuro cosa spera? «Di tornare a lavorare nel mio ambiente, è difficile, per miei vecchi amici del calcio è un po’ come se io avessi la lebbra. Ma, anche se certe cose ti logorano dentro, non mollo, per la mia famiglia e per me stesso». Articolo di Alberto Gaino pubblicato su La Stampa Link alla versione integrale dell'articolo

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