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Bolelli-Fognini e la fine del doppio

Non era stato difficile indicare in Fernando Gonzalez l’elemento decisivo dell’incontro di spareggio che l’Italia di Coppa Davis doveva affrontare per tornare dopo undici anni nel gruppo mondiale della competizione. Premesso che prima che un infortunio costringesse il giocatore cileno ad abbandonare c’erano ragionevoli motivi di pensare che Fabio Fognini potesse, allungandola, vincere la partita, era evidente che a quel punto il nostro successo poteva considerarsi certo e la nostra partecipazione ai tabelloni minori uno spiacevole ricordo. Senza Gonzalez il Cile non aveva la possibilità di schierare un doppio competitivo. Massu, la cui vittoria alle Olimpiadi di Atene aveva indicato un momento di crisi nel difficile rapporto tra il tennis ed i Giochi, sembra ormai un ex giocatore, Aguilar ha poche possibilità di diventarlo per cui Fognini e Bolelli, reduci da una buona prestazione a Flushing Meadows, non hanno avuto bisogno di giocare al meglio per portare a casa lo scontato e decisivo terzo punto. E’ fin troppo evidente che un doppio del valore di quelli che hanno fatto la nostra storia in Coppa Davis (Cucelli-Del Bello, Pietrangeli-Sirola, Panatta-Bertolucci) non ce l’abbiamo ma è proprio la specialità che in crisi irreversibile come l’albo d’oro dei vincitori del doppio nei tornei del Grande Slam chiaramente dimostra. Il doppio è diventato una specie di pensionato per anziani specialisti anche perché i giocatori più forti concentrano le loro attenzioni ed i loro sforzi nei singolari. A vedere in TV le immagini del doppio di Santiago si aveva l’impressione di assistere ad uno di quei doppi delle nostre competizioni minori (Coppa Croce e Coppa Facchinetti) in cui due giocatori scambiano da fondo ed altri due aspettano a rete il momento per poter intervenire. Senza dover fare nulla di speciale Bolelli e Fognini, opportunamente schierati da Barazzutti, hanno portato a casa il punto che ci serviva e che hanno retrocesso gli ultimi due singolari ad incontri di esibizione. (...) Fonte: estratto di un articolo di Rino Tommasi pubblicato su Ubitennis