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Ma la Nba si ferma davvero?

(...) Dopo mesi di incubazione il lock-out, il litigio fra ricchi che rischia di far saltare la stagione della Nba, a inizio luglio è diventato esecutivo. I proprietari dei 30 team della Nba e i giocatori, divisi da un lussuoso e vicendevole astio, non trovano un accordo sul nuovo contratto collettivo – una incresciosa faccenda da stipendi a sette cifre nei giorni in cui l'America rischia il default. E così venerdì scorso è arrivato l'ufficiale «sciogliete le righe». La federazione internazionale e la Lega pro americana hanno deciso che fino a quando la situazione non sarà risolta chi vorrà potrà trovarsi un ingaggio in altri campionati: a proprio rischio e pericolo, però, visto che in caso di infortunio gli espatriati del cesto non saranno coperti dalle assicurazioni stipulate con i team di origine. (...) «Andate e arricchitevi», ha urlato l'eterno sindacalista dei giocatori Billy Hunter. «Non ci svenderemo per paura della serrata, anche se costerà 2 miliardi ai giocatori e altrettanti alle squadre». David Stern, il commissioner che da ere geologiche governa l'Nba come un Mazarino sorridente, per una volta ha perso le staffe rispondendo con un tagliafuori sibillino: «Attenti, so dove sono gli scheletri nascosti della Nba, visto che quasi tutti li ho seppelliti io». I proprietari lamentano di aver perso 300 milioni di dollari lo scorso anno e chiedono che gli stipendi scendano dal 57 al 40 per cento degli introiti globali della Lega (un taglio di circa 300 milioni, contro i 100 offerti dai giocatori) e l'addio ai contratti garantiti. I salari dal 2005 sono aumentati del 16 per cento e arrivati ad una media di 5.15 milioni di verdoni annui procapite: va bene strapagare i fenomeni, ma arricchire le mezze figure proprio no. I giocatori per conto loro dubitano della buona fede degli «owners», vogliono vederci chiaro nei conti. E intanto preparano, o fingono di preparare, le valigie. Il primo a fare fughino è stato nelle settimane scorse Deron Williams, playmaker dei New Jersey Nets, che per 200 mila dollari al mese ha firmato con il Besiktas, discusso (per una faccenda di combine) ma ricco club turco che da tempo sta facendo una corte serratissima addirittura a Kobe Bryant. L'idolo dei Lakers ha fatto sapere che la sua parcella per spostarsi dal glamour di L.A. e di un milione di dollari al mese, ovviamente con clausola di uscita appena il lock out finirà. Sabato gli avvocati di Kobe e gli emissari del club bianconero, che può contare sull'appoggio di sponsor munifici come Turkish Airlines, M-Oil e Milan Petrol, si sono incontrati a Washington. «C'è il 50 per cento di possibilità che Bryant giochi da noi», ha sparato alla vigilia Seref Yalcin, uomo mercato del team. «I soldi non sono un problema». Quelli promessi: molti, maledetti, e soprattutto subito. In riva al Bosforo nel frattempo sono già sbarcati Josh Childress e Sasha Vujacic - altro giocatore dei Nets, promesso sposo di Maria Sharapova, sognato dall'Armani Jeans ma «firmato» dall'Efes Istanbul - e Darius Songaila, finito al Galatasaray. Nenad Krstic e Timofei Mozgov giocheranno a Mosca, con il Cska e il Khimki, Gortat a San Pietroburgo. Sonny Weems si è accordato con lo Zalgiris di Kaunas, dai Pistons e dai Bobcats sono approdati a Siena e Casale DeJuan Summers e Garrett Temple. Scappatelle. Ora si attendono i colpi grossi. Dirk Nowitzki, l'eroe delle ultimi finali Nba con Dallas, potrebbe tornare a casa in Germania, Tony Parker, ormai separato da Eva Longoria, sentire la nostalgia della Francia, Danilo Gallinari fare un pensierino alla sua Milano. Altre due superstar come Chris Paul (New Orleans Hornets) e Carmelo Anthony (New York Knicks) in gita a Hong Kong hanno esibito una sospetta e un po' paraculesca curiosità per la Cina («Il posto è interessante, perché no?») dove non ha escluso di potersi trasferire anche la guardia degli Oklahoma City Thunder, Kevin Durant. Luis Scola potrebbe far visita al suo ex-compagno di squadra Yao Ming a Shanghai, Amar'è Stoudemire, il centrone dei Knicks, ha fatto sapere di essere stato già cercato «da molte squadre, in Israele, Cina, Turchia e Spagna». Disponibili ad un remunerativo esilio si sono dichiarati pure Steve Nash (Phoenix Suns), Dwight Howard (Orlando Magic) Ron Artest (L.A. Lakers), Andrei Kirilenko (Utah Jazz), e c'è chi sogna di vedere LeBron James, fresco azionista del Liverpool, riempire cesti in Inghilterra. Ma è una cosa seria? (...) Fonte: articolo di Stefano Semeraro sulla Stampa