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Redazione

5 maggio 2011

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La boxe è stata aria per me, ossigeno in un momento in cui mi sembrava di non avere niente, così, quando ho saputo che da un mio racconto sarebbe nato un film, Tatanka, sono stato felice. Felice perché finalmente il cinema italiano torna ad occuparsi di pugilato e del pugilato a Sud. Una storia, quella diretta da Giuseppe Gagliardi e scritta insieme a Maurizio Braucci, Massimo Gaudioso, Salvatore Sansone e Stefano Sardo, che lega due ragazzi colmi di vita e passione, come tutti i loro coetanei, ma che vivono in un territorio dove ogni possibilità sembra già decisa, ogni azione un'azione di guerra, emigrare o lavoro nero. Cantieri o racket, sfruttamento o affiliazione. E poi però c'è il pugilato. La via di fuga che non ti aspetti. La regola, la ricerca d'onore che non è violenza. E questa storia, ordinaria eppure terribile, è raccontata in una città del Sud non chiaramente definita: un po' Castelvolturno, un po' Marcianise, un po' Casal di Principe. Una storia di passione e criminalità dove il male, che è male fino in fondo, che è cinismo e ferocia, non si sottrae al sacrificio estremo. Molte scene nascono e sono ambientate in quella che è considerata un vero e proprio tempio per i pugili italiani: la palestra Excelsior di Marcianise. Quando riuscii a varcare la soglia dell'Excelsior come aspirante pugile, fu per me come entrare nella Tana delle tigri, proprio quella del cartone animato l'Uomo Tigre, che tutti i ragazzini nati alla fine degli anni '70, come me, avevano desiderato di frequentare e al contempo erano terrorizzati al solo pensiero che esistesse davvero. L'allenatore dell'Excelsior, il Confucio di quel tempio, è Mimmo Brillantino. In palestra mi ha messo sotto torchio, trattato da professionista, senza alcun riguardo per la mia inesperienza, perché lui vuole che si formi prima l'uomo e poi il boxeur. Cura l'aspetto fisico con una perizia e un'abilità incredibili, rafforzando i muscoli e anche la tenuta mentale. Muscoli che non devono definirsi come quelli dei modelli che pubblicizzano saponi o lamette per la barba. Potenza, resistenza piuttosto che olio e abbronzatura. Allenamenti da sfibrare cuore e polmoni, con l'acido lattico che ti sale fino al cervello. Guardando il film si potrà pensare che quella palestra sia stata ricostruita in quel modo ad arte. Nient'affatto. La Excelsior è esattamente così. Si stenta a credere che una struttura che ha formato decine di campioni nazionali ed europei, olimpionici, e campioni del mondo, non abbia nulla delle palestre cittadine eleganti, ben attrezzate, arieggiate, luminose, linde e ben arredate. E invece è così: la Excelsior è una palestraccia di una scuola media, data in prestito ai pugili. (...) Marcianise è la capitale del pugilato, vivaio storico della nazionale olimpionica italiana. A Marcianise, non più paese di campagna ma non ancora città, in tutto quarantamila abitanti, ci sono tre palestre gratuite dove i ragazzi di tutto il Casertano vanno a tirare al sacco. È così dalla Seconda guerra mondiale, quando gli americani stanziati in Campania chiamavano come sparring partner i carpentieri e i bufalari della zona che si misuravano con i marines per un paio di dollari. E dopo essere riusciti a batterne parecchi, continuarono a combattere, misero su palestre e cominciarono a insegnare ai ragazzi del posto le regole del pugilato che sono incompatibili con quelle dei clan. Nella boxe la sfida è uno contro uno, faccia a faccia, non bande armate contro inermi. C'è la fatica dell'allenamento, il rispetto della sconfitta. La lenta costruzione della vittoria. Nel film questo lo si avverte subito: lo scarto tra il fuori caotico e violento, lussuoso e patinato, dove vince il più furbo e il dentro pieno di umiltà e fatica, dove vincono sacrificio e tenacia. (...) I coach andavano a prendere i ragazzini dai bar, dalle piazze, fuori dalle scuole. E così li strappavano al deserto metropolitano in cui i clan riescono a reclutare, a mettere sulle loro scacchiere di alleati e nemici, i giovani di generazione in generazione. La boxe rompeva questo meccanismo e lo faceva in modo definitivo. In questo il ring è spesso più efficace di una laurea. Perché quando hai combattuto col sudore della tua fronte e con le tue mani, arruolarsi nella camorra diviene una sconfitta. O fai di tutto per restare in piedi sul ring o dai fondo alle tue forze e metti in conto di andare giù. In ogni caso combatti, uno contro l'altro senza altre possibilità o mediazioni. Scegliere di diventare pugili non ti renderà ricco; non è più come negli anni '70 dove se sfondavi divenivi un faraone colmo di pubblicità, Porsche e belle ragazze che ti inseguivano. La boxe è tornata nei sottoscala, ad essere sponsorizzata dai radiotaxi e sostenuta dalla Polizia di Stato. Si combatte per passione. E anche se nessuno ha il coraggio di confessarlo vivere con le proprie passioni significa vivere con le proprie sofferenze. Tatanka, parola con cui i Lakhota Sioux indicano il bisonte maschio, è il titolo del film, ma è prima di tutto il soprannome di Clemente Russo. Il nome glielo mise uno dei suoi maestri perché combatte abbassando la testa, naso all'altezza del petto, occhi tirati su, fronte bassa e giù a picchiare. Pesante come un bisonte, ma agile e leggero come un ballerino. La storia è quella dell'uomo che sfida il destino, che si emancipa dal proprio ambiente e da un percorso che sembrava scritto. Il pugilato rimane uno sport epico proprio perché si fonda su regole della carne che pongono l'uomo di fronte alle sue possibilità. Anche l'ultimo della terra con le sue mani, la sua rabbia, la sua velocità può dimostrare il proprio valore. Il combattimento diviene un confronto con questioni ultime che la vita contemporanea ha reso quasi impossibile. (...) Fonte: Roberto Saviano per Repubblica, link per leggere l'articolo completo

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