Altro

Allegri, altro scudetto del Milan

Ora Massimiliano Allegri se lo sente cucito addosso e guai a strapparglielo via. La corsa scudetto è finita col Napoli beffato dall’Udinese, l’Inter caduta a Parma, ma soprattutto col Milan implacabile contro una Samp allo sbando. Vince il calcio-spettacolo e il tecnico rossonero è pronto a entrare nella leggenda: questo scudetto è anche suo. Quando giocava segnava, e quando segnava confermava che il calcio offensivo è bello e si può. Ha imparato l’arte del gioco d’attacco sotto l’egida di Galeone, profeta a Pescara. Lui lo chiama Max: Max qui, Max lì. Max su quella fascia andava come un razzo, e faceva gol. Allegri giocatore rappresentava l’idea di modernità tattica. Un po’ spregiudicata, forse, ma pur sempre equilibrata, sensata, organizzata, distante dal caos zemaniano e dalle schizofrenie del tutti su e nessuno a coprire. E però un’idea che l’Allegri-allenatore ha levigato negli anni, affinandola, plasmandola a seconda di chi può schierare. Col Sassuolo, nel 2007, ha esaltato il concetto di gruppo e centrato la promozione in Serie B. Allora ecco il Cagliari, l’università senza diploma, la Serie A senza passare dalla cadetteria. Dopo le prime cinque partite a zero punti la carriera di uno normale sarebbe finita in frantumi come un vaso di cristallo. Invece Cellino ha avuto pazienza e Allegri ha vinto la Panchina d’oro. Si è presentato a Milanello, in estate, col saio e i calzari dell’allenatore provinciale, di quelli che credi non avranno il polso di gestire uno spogliatoio di primattori nemmeno fra un milione di anni. Perché è questa la sua vera vittoria: aver messo tutti d’accordo, anche i cervelli, mica le gambe, di Ibra, Pato, Robinho e Cassano. Equilibristi cui serve la rete di protezione sotto. Ha utilizzato 29 giocatori e 13 sono già andati a segno. Ha lanciato Boateng nello spazio e riportato Ibra sulla terra, esaltando il proverbio che dice: tutti sono utili, nessuno è indispensabile. Ha tenuto a bada le diavolerie del presidente Berlusconi, che lo ha punzecchiato solo una volta invitandolo a pettinarsi prima di parlare davanti ai microfoni. Si è tagliato i capelli il giorno dopo. Però la formazione l’ha scelta sempre lui. Pure a costo di litigare coi senatori. Dietro il viso d’acciuga c’è la vittoria della generazione nuova, giovane, fresca, sparagnina nelle dichiarazioni. “Un passo alla volta” o “mancano ancora tante partite”: Allegri ha costruito così la sua cattedrale. Pezzo per pezzo, punto su punto. Ha vinto sull’alter ego Leonardo, tutto amore e amicizia, peace and love, ma passato all’Inter, la sponda sbagliata per i rossoneri. Ha vinto il derby toscano col collega Mazzarri, talmente vulcanico da implodere sul più bello, al rush finale. Ora il vero suicidio sarebbe “non vincere”. Ora ci ha preso gusto. Ha detto: “Il Milan vuole scudetto e Coppa Italia”. Alla Champions penserà il prossimo anno. Allegri è a un soffio dal trionfo che passerà alla storia. La sua e quella del Milan. Ma anche quella del presidente-premier, al venticinquesimo anno di gestione del club. E nel marasma di una stagione politica più che mai travagliata, forse, c’è un buon motivo per stare Allegri. Giorgio Burreddu