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Redazione

9 febbraio 2011

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Qualche mese fa, ricorderete, ci occupammo in questo spazio di Ettore Torri, il capo della procura del Coni che aveva avuto l’ardire di parlare di doping strutturale nel ciclismo, spiegando (con qualche buona ragione) che nel gruppo tutti o quasi vi facevano ricorso. Apriti cielo. Un’impennata di avvocati improvvisati si scagliò contro l’unico uomo che il doping lo combatte sul serio nel nostro Paese, a differenza di coloro che senza saperlo lo hanno favorito in questi anni con l’esaltazione di campioni fasulli, avariati. Amando il ciclismo, leggo i giornali di settore, le cronache e ascolto le trasmissioni. Quanti sottili distinguo ho udito, quanti azzeccagarbugli pronti a colpire il reo sorpreso in fragrante ma a giustificare tutti gli altri. Pantani, Basso, Contador. Basterebbe avere la correttezza di andarsi a rileggere certi titoli per evitare posizioni assurde come quella contro il procuratore Totti. Lo ricordo: fu impallinato dalla stampa di regime come su lui fosse il male, non quello che andava denunciando. E sul quale chiunque dovrebbe prendere coscienza. Invece la domanda irritata era la stessa: ma come si permette questo qualunquista di discutere il nostro mondo? Persino il Coni, che dovrebbe provare vergogna per alcune consulenze mediche del passato, prese di mira il povero ricercatore, la cui unica colpa era quella di aver detto la verità in un Paese ipocrita. In cui le cose si fanno ma non si dicono. La vicenda di Riccardo Riccò, scampato per un pelo alla morte in seguito a una folle autotrasfusione, la dice lunga sulla situazione di degrado morale e valoriale in cui vive uno sport bellissimo. Uno pescato positivo solo pochi mesi fa e di nuovo disposto a barattare la vita con un possibile successo in primavera. Solo lui, certo. Chiedo a voi: aveva ragione Torri o i suoi detrattori?

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