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La pelada di Ronaldo

C’è un’espressione tipicamente brasiliana: pelada, che assume molteplici significati e può aiutare a comprendere quel mondo a parte. Pelada è un campaccio dove si gioca per divertimento e si passano le giornate. Può essere di terra battuta, di sassi, a volte anche di cemento. Jogar uma pelada vuol dire giocare su uno di questi campi improvvisati, magari con sassi o pezzi di legno al posto delle porte...

Redazione

8 febbraio 2011

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C’è un’espressione tipicamente brasiliana: pelada, che assume molteplici significati e può aiutare a comprendere quel mondo a parte. Pelada è un campaccio dove si gioca per divertimento e si passano le giornate. Può essere di terra battuta, di sassi, a volte anche di cemento. Del’erba nemmeno l’ombra, per questo si chiama pelada. Jogar uma pelada vuol dire giocare su uno di questi campi improvvisati, magari con sassi o pezzi di legno al posto delle porte. L’importante è che ci sia qualcosa che assomigli a una bola, a un pallone. Che sia di gomma o di stracci poco importa, basta che rotoli e possa essere preso a calci. Il quartiere di Bento Ribeiro è pieno di peladas ed è proprio per questo che il piccolo Ronaldo nel tragitto da casa a scuola cadeva spesso in tentazione. Gli altri ragazzi lo vedevano passare, sapevano quanto fosse bravo con i piedi e lo chiamavano Dadado. Una specie di nome d’arte che esibiva nel quartiere ed era stato coniato per lui dal fratello Nelinho, di due anni più vecchio, causa un piccolo difetto di pronuncia. Nove volte su dieci Dadado appoggiava la cartella per terra e si metteva a giocare, ovviamente facendo stravincere la sua squadra anche quando quella avversaria era composta da moleques (monelli) di qualche anno più grandi. Il sogno era quello di giocare nel Flamengo: la squadra dove aveva brillato l’astro di Arthur Antunes Coimbra detto Zico, idolo del piccolo Ronaldo. E a forza di insistere il ragazzo riuscì a ottenere un provino (in Brasile i provini di gruppo si chiamano peneiras, cioè setacci) per le giovanili della squadra rossonera. Il ragazzo aveva 13 anni e ovviamente gli osservatori decisero di prenderlo. Addirittura avrebbe dovuto presentarsi il giorno dopo con i documenti per firmare il cartellino. Lo convocarono insieme alla mamma in un ufficio e spiegarono che però avrebbe dovuto pagarsi il viaggio per andare agli allenamenti: due autobus all’andata da Bento Ribeiro alla Gàvea e due autobus al ritorno. Il tutto per due allenamenti settimanali più le partite. Mamma Sonia non se lo poteva permettere e disse no, anche se a malincuore. I figli comunque dovevano crescere. E mangiavano, tanto. Ronaldo divorava piattoni di riso, carne e pesce, oppure carne e patate fritte. La mattina pane, latte e caffè. Ma era magrissimo, perché poi bruciava tutto correndo sulle peladas. Con quel no al Flamengo sembrava che il grande sogno di diventare calciatore fosse finito lì. Sembrava. Rua Aureliano Lessa 97 è il primo indirizzo presso cui si trovano tracce ufficiali di Ronaldo Luìs Nazario de Lima come calciatore. Sono impronte che risalgono al 1990, quando il ragazzo finalmente convinse la madre a farlo giocare in una squadra vera e propria. Prima c’era stato un passaggio in una squadretta chiamata Tennis Club Valqueire, ma la prima realtà sportiva organizzata della sua vita fu il Social Ramos Clube. Una piccola società dilettantistica che si trova abbastanza vicina alla casa natale di Ronie, il cui centro sportivo si compone di un salone delle feste, due piscine, un palazzetto dello sport, un campetto di erba sintetica, due saune, una sala da biliardo e una sala televisione dove si guardano le partite. Ovviamente ai tempi del piccolo Ronaldo l’erba sintetica non esisteva, c’era solo una specie di cemento con righe disegnate e porte. Non c’era e non c’è un campo regolamentare, ma a quel Dadado con i dentoni andava benissimo anche giocare a calcetto. L’iscrizione costava poco (si tratta di un’associazione sportiva con funzioni sociali), la strada da fare non era molta, non c’erano mezzi pubblici da prendere. L’ideale per stare lontano, almeno per qualche ora, dai pericoli della strada. Enzo Palladini (tratto dal libro ‘Paura del buio – Biografia non autorizzata di Ronaldo’, editore Indiscreto, sito web www.pauradelbuio.com)

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