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L'ultimo tuffo di Greg Louganis

Giochi di Seul 1988: uno dei più grandi tuffatori di sempre, con la consapevolezza di essere sieropositivo da sei mesi, vuole chiudere in bellezza la carriera. Per battere anche i fantasmi...

Redazione

15 dicembre 2010

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Nel marzo 1988 Greg Louganis è il più forte tuffatore del mondo, forse già il più grande di sempre, quando a sei mesi dalla sua ultima Olimpiade si sottopone al test per l'Aids spinto dal fidanzato. Positivo, nel senso che il test dà il responso peggiore che ci si possa attendere. L'allenatore Ron O'Brien lo rincuora e lo invita a mantenere il segreto: andrà a Seul il solito Louganis pubblico, il dio dei tuffi, mentre quello privato si imbottirà di farmaci e e soffrirà in silenzio. Arrivano i Giochi. Al trampolino nelle qualificazioni non è il miglior Louganis, al nono tuffo quasi si spacca la testa contro il trampolino: inevitabile che gli venga in mente l'amico Shalibashvili, il sovietico che cinque anni prima alle Universiadi di Edmonton è morto in un incidente analogo (alla piattaforma, però). Greg sanguina, quasi nessuno conosce il suo segreto e per lui è un bene. Gli applicano 4 punti al viso, lo fa un medico senza guanti: sta rischiando di infettare avversari e collaboratori, è il momento peggiore di una vita che di momenti difficili ne ha avuti tanti (soprattutto lontano dalla vasca, fra riformatorio e tentativi di suicidio). Louganis si fa forza e porta a casa il passaggio in una finale, che il giorno dopo stravincerà. Altro dramma, ma solo sportivo, alla piattaforma. Prima dell'ultimo tuffo il baby-fenomeno (14 anni) Xiong Ni lo precede di 3 punti, anche l'ultima esecuzione del cinese è perfetta. Anche per il miglior Louganis sarebbe argento, ma per l'ultimo tuffo della sua carriera c'è un 'miglior Louganis' ancora più forte e determinato. Sorpassa Xiong Ni per 1.14 punti, praticamente niente. Poi scompare, per combattere la sua battaglia e dedicarsi al cinema (poche cose) e agli amati cani: solo nel 1995 racconterà in pubblico della sua malattia, solo con sette anni di ritardo tante persone capiranno il rischio che hanno corso quel giorno a Seul.

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