Altro

Questo è l'ombelico del Mondo

E' un luogo comune, ma è in fondo anche la realtà: difficile nasconderti se sei alto 2.12. Difficile in campo e difficile nella vita, anche quando per ritrosia vorresti farlo, catapultato a 21 anni nella Nba come prima scelta assoluta, alle prese con un immediato assalto dei media. Era già un giocatore di forte impatto nel campionato italiano, Andrea Bargnani, in quel giugno del 2006, quando il suo nome venne annunciato per primo sul palco da David Stern, il Commissioner della Nba. Sorrise Bargnani, di un sorriso buono e quasi incredulo, mentre abbracciava la famiglia e Matteo Soragna, compagno di squadra e di Nazionale e soprattutto amico invitato al tavolo del parterre di New York per condividere il momento storico: i record possono infatti essere superati, ma più che essere scelti per primi nel draft Nba, cioé nella procedura con cui le squadre si aggiudicano i giocatori liberi e quelli usciti dall’università, non si può. E Bargnani resta, in una lega che ha avuto momenti di sfrenata passione per i giocatori stranieri, l’unico europeo mai chiamato come numero uno. Un onore, ma anche un peso, rinnovatosi ogni anno per un motivo o l’altro: nel 2007 l’esigenza di confermarsi, nel 2008 l’inizio stagione con l’amichevole addirittura a casa, a Roma, nel 2009 la novità del rinnovo contrattuale da 50 milioni di dollari e ora la constatazione, abbracciata da tutti gli addetti ai lavori, che con la partenza di Chris Bosh toccherà proprio all’italiano la leadership dei Toronto Raptors, nuovi e più giovani, reduci anche dalla cessione di Marco Belinelli ai New Orleans Hornets («Qui non ha avuto fortuna, ora giocherà a fianco di un playmaker fortissimo come Chris Paul, ma purtroppo nel ruolo di guardia la concorrenza qui era fortissima») e da una decisa ristrutturazione del roster. «Ma a dire il vero» dice Andrea in uno dei primi giorni di training camp, il ritiro precampionato «la pressione più grande l’ho sentita nel mio ultimo anno a Treviso, quando non ero né carne né pesce e non sapevo ancora cosa sarei diventato. A ogni partita e a molti allenamenti c’erano gli osservatori della Nba, però io sapevo anche che sarebbe bastato un infortunio per veder cambiare tutto, insomma non puoi mai sentirti arrivato. Dicono che sarò il leader della squadra? L’ho spiegato il giorno del raduno e lo ripeto: non si diventa leader davanti a un microfono, ma con quel che si fa in campo, specialmente in allenamento. Quest’estate con la Nazionale sono diventato il giocatoreguida non perché vengo dalla Nba o perché il primo giorno ho fatto proclami, ma perché me l’hanno fatto capire i miei compagni, evidentemente vedendo quel che facevo». Menzionata la Nazionale, che ha giocato in agosto una serie di partite di pre-qualificazione agli Europei 2011, arrivando terza – con una robusta crescita a torneo in corso – e dunque rimandando la decisione agli spareggi dell’estate prossima, salvo poi essere ammessa di diritto a Euro 2011 per allargamento, in corso d’opera, del numero di partecipanti. Partite inutili? «No» risponde deciso Andrea. «Perché non esistono partite inutili, e perché se non fossimo arrivati in quella posizione non saremmo stati ammessi agli Europei». In Italia Bargnani ha anche tenuto un camp per ragazzi, a Jesolo, e trascorso un po’ di riposo, senza però dimenticare di allenarsi per conto proprio. E magari capitava, in strada, in un campetto o in una palestra («Vado sempre a lavorare in quelle dove sono cresciuto»), di vedere giocatori dilettanti con addosso la maglia numero 7 con il nome Bargnani. Come reagisce, in quei casi? «Mi fa strano, in effetti. Non sai mai se andare da loro e dire “bravo!” o tirare dritto per non darti arie, ma è una sensazione piacevole». Più facile affrontare i nuovi compagni di squadra, specialmente le matricole, i rookie, ovvero quelli che sono ora com’era lui un giorno, spaesati e incerti sul da farsi, anche se per quelli americani non vale ovviamente l’ostacolo iniziale della lingua. «Eh sì, adesso sono io che devo dare loro dei consigli e mi sento vecchio. In genere devono allenarsi sempre più degli altri, andare in palestra prima e dopo gli allenamenti normali perché devono mettersi in pari, e poi lo staff tecnico nota queste cose. Impegno che va messo soprattutto se, da matricola, giochi poco: oltretutto sono spesso ragazzi che non hanno ancora famiglia e dunque possono facilmente trovare il tempo». Bargnani lo trova con facilità: abita infatti in un bell’appartamento con vista lago a poche centinaia di metri dall’Air Canada Centre, dove i Raptors giocano e si allenano, e il suo rapporto con la città è splendido: «A volte, quando sono in Italia, devo ricordare a chi non lo sa che questa non è una città sperduta chissà dove, ma una metropoli moderna e bellissima, dove si sta proprio bene. Del resto è solo viaggiando che apri la mente e comprendi le cose, lo dico anche ai miei compagni di squadra che magari non conoscono bene l’Italia: non ricordo chi, ma uno di loro un giorno mi chiese se anche noi abbiamo il Natale». A proposito di legami Italia-Usa, è diventato di moda fare sparate gratuite di facile eco su media creduloni, vedi il pensiero di Kobe Bryant di terminare la carriera da noi: Andrea Bargnani ha in mente di chiudere la sua alla Virtus Roma? Ride: «Ma volete proprio farmi lasciare la Nba? È ovvio che la prospettiva di giocare a Roma è affascinante, ma sono solo al quinto anno qui e questo è un ambiente che mi piace moltissimo. È un mondo dorato, organizzatissimo, difficile pensare di abbandonarlo». Un giorno però la carriera da giocatore finirà: che accadrà allora? Coach o dirigente? «Non ci ho pensato, ma direi proprio general manager. Ormai fra Treviso e Toronto sono otto anni che vivo a fianco di Maurizio Gherardini (ex gm trevigiano ora con un ruolo importante ai Raptors, ndr) e certe cose si imparano. Mai dire mai, ma ad allenare non mi ci vedo proprio».

Roberto Gotta