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Marcelo, l’anarchia che detta legge

Redazione

18 novembre 2010

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Se per ogni problema esistesse un’unica soluzione ideale, se tutti facessero la stessa cosa, il mondo sarebbe una noia mortale. Vista una, viste tutte. Nel calcio, una legge non scritta prevede che il terzino sia quello che corre lungo la fascia, e che mai e poi mai debba tentare dribbling all’altezza della metacampo, pena il contropiede e il prevedibile gol avversario. Invece per Marcelo Vieira Silva Júnior, 22enne laterale sinistro del Real Madrid, la distanza più breve fra due punti è una linea ondulata, e il bello è che la sua logica risulta inattaccabile. Sul fondo ci va pochissimo, puoi vederlo portare palla orizzontalmente al limite dell’area avversaria alla ricerca di rifiniture improbabili ma geniali; ogni volta che chiama a sé l’avversario per il tifoso madridista è un mezzo infarto, ma 10 volte su 10 ne esce con la palla incollata al piede, e intanto una linea avversaria è stata allegramente superata: una delle micce che innescano il successivo tourbillon dei trequartisti del Madrid. Ma bisogna pure ricordarsi che l’allenatore di Marcelo è quel Mourinho che dice “un difensore si chiama così perché deve difendere”, lo stesso che ha in tutta franchezza ammesso che prima di iniziare ad allenare il Madrid Marcelo era il contrario del suo terzino ideale. Quindi Marcelo può prendersi le sue licenze, ma solo finchè non sbaglia l’ordinaria amministrazione. Non sta sbagliando proprio nulla: rimane il Tallone d’Achille storico delle diagonali sui cross dal lato opposto, ma la coordinazione con gli altri difensori è impeccabile, e la concentrazione sempre elevata, al netto delle versioni più romanzesche che attribuiscono a Mourinho il merito esclusivo di progressi avviati già in precedenza. Senza dimenticare comunque che il punto forte di Marcelo resta la capacità di risolvere le situazioni con l’istinto più che col ragionamento, con il puro talento più che con la tattica. Lo splendore attuale di Marcelo testimonia prima di tutto la sua caparbietà fuori dal comune. È sopravvissuto al Bernabeu. Emerson (Emerson!) chiese a Capello di essere esentato dal giocare in casa, onde evitare contestazioni. Un altro giovane arrivato più o meno nella stessa epoca di Marcelo, Drenthe, non ha invece retto ai fischi. Anche Marcelo ha avuto la sua colonna sonora di mugugni, e di critiche sulla stampa che dava immancabilmente più peso a un errore che a dieci cose buone, però se ne è infischiato, ha continuato a dribblare a metacampo e alla fine se li è messi tutti in tasca. (a cura di Valentino Tola)

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