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La nuova Triade

Il ritorno di un Agnelli, Andrea, è un indizio. Per arrivare a una prova, ne mancano altri due. Sono passati quattro anni da Calciopoli, l’Inter ha preso il volo, la Juventus è stata costretta a un atterraggio d’emergenza: settimo posto, ventisette punti di distacco e quindici sconfitte. La gestione di John Elkann non si è rivelata all’altezza delle esigenze: quattro allenatori in quattro stagioni, (Deschamps, Ranieri, Ferrara, Zaccheroni), due presidenti, la competenza delegata e bistrattata, troppo potere a Jean-Claude Blanc e troppo poco a colui che venne precettato d’urgenza per salvare il salvabile, Roberto Bettega. Poi, improvvisa, la svolta. Andrea Agnelli, Giuseppe Marotta, Gigi Del Neri: una fetta di famiglia e la torta della Samp-Doria (nella speranza che non vada a finire come l’Andrea Doria). Elkann e Blanc avevano chiuso con Rafa Benitez: fu il nuovo corso, così risulta, a bloccare l’operazione. Qualcuno ci ha letto la longa manus di Antonio Giraudo, in attesa, magari, di un Fabio Capello non più stella cometa dal presepe inglese. Del Neri è un artigiano fecondo e generoso, che non ha mai lottato per lo scudetto, nemmeno nel fuggevole bivacco di Roma-Trigoria. Ha poche idee, ma chiare. Sempre meglio che molte, ma confuse. Il suo credo resta, nei secoli, il 4-4-2. Di qui, le mosse di mercato, da Pepe a Martinez, passando per Bonucci e Lanzafame. Marotta non riesce a vendere, e questo è il problema di fondo. Negli anni post-Calciopoli, la Juventus ha sempre perseguito mercati di quantità più che di qualità, timorosa di dedicare troppi soldi a troppo pochi (come, per esempio, suggerìva Didier Deschamps: al diavolo i parametri zero, datemi David Villa, Malouda e Xabi Alonso, e poi mi arrangio io). Con il risultato di sperperarne molti: succede, quando non recluti esperti del ramo.Il ritorno di un Agnelli, Andrea, è un indizio. Per arrivare a una prova, ne mancano altri due.

Sono passati quattro anni da Calciopoli, l’Inter ha preso il volo, la Juventus è stata costretta a un atterraggio d’emergenza: settimo posto, ventisette punti di distacco e quindici sconfitte. La gestione di John Elkann non si è rivelata all’altezza delle esigenze: quattro allenatori in quattro stagioni, (Deschamps, Ranieri, Ferrara, Zaccheroni), due presidenti, la competenza delegata e bistrattata, troppo potere a Jean-Claude Blanc e troppo poco a colui che venne precettato d’urgenza per salvare il salvabile, Roberto Bettega. Poi, improvvisa, la svolta. Andrea Agnelli, Giuseppe Marotta, Gigi Del Neri: una fetta di famiglia e la torta della Samp-Doria (nella speranza che non vada a finire come l’Andrea Doria). Elkann e Blanc avevano chiuso con Rafa Benitez: fu il nuovo corso, così risulta, a bloccare l’operazione. Qualcuno ci ha letto la longa manus di Antonio Giraudo, in attesa, magari, di un Fabio Capello non più stella cometa dal presepe inglese. Del Neri è un artigiano fecondo e generoso, che non ha mai lottato per lo scudetto, nemmeno nel fuggevole bivacco di Roma-Trigoria. Ha poche idee, ma chiare. Sempre meglio che molte, ma confuse. Il suo credo resta, nei secoli, il 4-4-2. Di qui, le mosse di mercato, da Pepe a Martinez, passando per Bonucci e Lanzafame. Marotta non riesce a vendere, e questo è il problema di fondo. Negli anni post-Calciopoli, la Juventus ha sempre perseguito mercati di quantità più che di qualità, timorosa di dedicare troppi soldi a troppo pochi (come, per esempio, suggerìva Didier Deschamps: al diavolo i parametri zero, datemi David Villa, Malouda e Xabi Alonso, e poi mi arrangio io). Con il risultato di sperperarne molti: succede, quando non recluti esperti del ramo. Coloro che, astemi clandestini, privilegiano il bicchiere mezzo pieno, si aggrappano allo slogan, peraltro plausibile, che «peggio della scorsa stagione non si può». Preferisco iscrivermi al partito del bicchiere mezzo vuoto, e cioè che la distanza dall’Inter è ancora netta, e pure dalla Roma, visti gli acquisti di «Unidebit» Rosella, da Adriano a Simplicio. I problemi della Juventus riguardano i veterani che Marotta non riesce a piazzare, il bilancio in rosso causa trasloco dalla Champions League alla Europa League e lo spettro del dualismo Diego-Del Piero. Il tecnico è stato chiaro: o l’uno o l’altro. Condivido. Non credo più al Diego di Brema - o almeno, ne ho perso il ricordo - ma non credo neppure che il brasiliano si sia ridotto al pugno di cenere dell’ultimo torneo: per questo, lo terrei. Del Piero va per i 36. È una pedina cruciale, che giochi o no, negli equilibri precari di uno spogliatoio che, grazie anche ai suoi silenzi, si era sbriciolato. Da un capitano della sua esperienza ci si attende non solo o non tanto un passo indietro, ma soprattutto un lavoro febbrile di leader che prescinda dall’impiego. Proprio la figura che è mancata, sciaguratamente, alla Juventus. Pure agli ultrà bisognerà parlare chiaro. Certi cori, certi arsenali e certi atteggiamenti non sono più tollerabili. Nella classifica del fair-play, la Juventus è finita in cantina: un segnale allarmante. Piazza pulita dei barbari: la nuova Juventus e il nuovo stadio dovranno appartenere alle famiglie, non più agli avanzi di galera. Oggi, la squadra è da zona Champions. Inutile illudere i tifosi. Andrea Agnelli ci ha messo la faccia e (spero ardentemente) non la facciata. Calciopoli, le cui code si profilano burrascose, non può o non deve rappresentare, sul piano tecnico e tattico della rifondazione, un alibi. Più ci si allontana dal 2006, più balza all’occhio il poco che è stato percorso, e il molto che resta. I paragoni con la Sampdoria si sprecano. A tutt’oggi, la Juventus ha reclutato giocatori di stoffa ma nessuno in grado di fare la differenza, o di avvicinarla prepotentemente alla tiranna interista. Il fiasco mondiale ha contribuito a dilatare quel senso di decadenza che accompagna la squadra, massima fornitrice della Nazionale di Marcello Lippi. Viceversa, proprio adesso bisogna reagire, scacciare i fantasmi, cancellare gli equivoci. E tenere d’occhio il processo di Napoli senza lasciarsi distrarre. Il mercato chiude il 31 agosto. La Signorina Juventus non deve avere paura di attraversare la strada. Lo scorso campionato era tutto un brivido: persino col Siena. Delle due, l’una: o cambia strada o cambia lei. Meglio che cambi lei.