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Stranieri o faccendieri. La premier non si fida più di loro

Ci sono un americano, un russo e un arabo, ma non è l’inizo di una barzelletta. Esilarante, invece, è stata la procedura che nel calcio inglese mirava a verificare se alla guida delle società calcistiche ci fossero solo persone a modo. Per dirla in lingua originale, “fit and proper persons”, una formula che viene usata in altri settori della vita pubblica ed economica. Bello slogan, certo: poi alzi gli occhi e vedi, ai vertici, un’umanità varia che ti fa rabbrividire e spegne la risata. Per forza: fino a pochi mesi fa all’esame veniva sottoposto solamente chi avesse annunciato l’intenzione di acquistare almeno il 30% di un club, e il controllo veniva effettuato unicamente sulla fedina penale, su eventuali bancarotte e sulla presenza, diretta o indiretta, in altre società calcistiche. Ora la Premier passa al vaglio chiunque aspiri anche solo al 10% delle azioni e verifica consistenza e legittimità dei fondi. Il che, naturalmente, non ha impedito che il Portsmouth finisse in sei mesi in mano a quattro proprietari: l’ultimo, Balram Chainrai di Hong Kong, è subentrato ai primi di febbraio, prendendosi il club come risarcimento del prestito di 20 milioni di euro dato in ottobre per scongiurare un’amministrazione controllata poi arrivata il 27 febbraio, sotto il peso di quasi 90 milioni di debiti. Accumulati in maniera misteriosa: ai consueti diritti tv, incassi e sponsor, il Pompey aveva aggiunto, due anni fa, l’introito derivante dalla vittoria nella FA Cup. Peccato però che quei soldi siano finiti tutti nelle tasche dei giocatori, per clausole previste nei contratti, e che anche l’approdo alla finale di quest’anno sia stato viziato: alcuni giocatori avranno diritto al rinnovo automatico in caso di presenza in campo il 15 maggio. Ma il club soffre: dopo avere messo sul mercato l’intera rosa, ha licenziato 85 dipendenti, alcuni dei quali soccorsi dalla colletta di un gruppo di giocatori, sollecitati dal portiere David James. I CASI UNITED E LIVERPOOL La vicenda del Portsmouth è una sorta di caricatura di quel che si teme possa accadere altrove: sono noti i casi di Manchester United e Liverpool, entrambi acquisiti tramite manovre finanziarie che hanno permesso ai nuovi proprietari di rientrare dei fondi impiegati per l’acquisto cedendo come garanzia i club medesimi, che devono ora quindi impiegare una parte consistente degli introiti per ripagare un debito che prima del passaggio di mano non avevano. Casi come questi, uniti alla perplessità sui meccanismi che hanno portato ad altre acquisizioni, hanno creato un sentimento di notevole ambiguità nell’opinione pubblica inglese: da un lato c’è lo scetticismo verso chiunque, non provenendo dal Regno Unito, manifesti interesse per un club, a meno che non si tratti di entità con una disponibilità così evidente e sicura, come il consorzio di Abu Dhabi che ha rilevato il Manchester City due anni fa; dall’altro, c’è la consapevolezza che solo capitali stranieri possano sostenere le ambizioni. Insomma, si ripete sul piano societario quel che da anni si verifica in campo: con i soli inglesi non si fa strada. Quando Bill Kenwright, maggiore azionista dell’Everton, cioè uno dei grandi club inglesi, con uno stadio bellissimo e un pubblico appassionato, dice «abbiamo bisogno di un benefattore miliardario», è il segnale che la situazione è oltre il livello di guardia: nel corso degli anni Kenwright ha gestito con oculatezza il bilancio dei Blues, ma a ogni assemblea degli azionisti si è sentito chiedere «perché mai non possiamo avere quel che hanno avuto il Portsmouth o il West Ham?». È il bivio cui prima o poi giungono tutti: la figura del benefattore locale, legato sentimentalmente al club come Kenwright, Eddie Davis del Bolton Wanderers e Barry Kilby del Burnley (che dei Clarets è pure stato giocatore), è in via di estinzione per l’impossibilità di misurarsi con investitori stranieri e soprattutto con l’accesso a meccanismi di finanziamento che questi hanno. È il motivo per cui alcune tifoserie hanno deciso di passare al contrattacco: e se pare infantile la decisione, presa a Manchester, di creare un club alternativo, gestito in maniera orizzontale e non più verticale, sulla scia di quanto già fatto a Wimbledon (ma per motivi diversi), più maturo è l’atteggiamento tenuto dai tifosi di Liverpool che hanno invitato a boicottare la Royal Bank of Scotland, che doveva esaminare il rifinanziamento del prestito, mentre è ormai ben nota l’opposizione dei tifosi dello United alla famiglia Glazer, espressa con la scelta di indossare i colori gialloverdi, che riportano alle origini del club, come distacco ideale dal presente. IL DIALOGO ALL’ARSENAL Per riscontrare una situazione più tranquilla (benché anche qui un po’ meno di qualche tempo fa) basta guardare l’Aston Villa, dove il proprietario Randy Lerner è americano. Eppure non ha indebitato il club: per tifosi e organismi centrali non conta dunque la provenienza, contano le manovre che sono state messe in atto per l’acquisizione, ed è il motivo per cui c’è meno preoccupazione attorno all’Arsenal, che non ha un proprietario unico ma un mosaico di azionisti. Dopo avere gradualmente acquistato quote, Stan Kroenke, 62 anni, che negli Usa possiede i Denver Nuggets, i Colorado Avalanche, i Colorado Rapids e i St.Louis Rams, era a fine aprile vicino a quel 30% che farebbe immediatamente scattare l’obbligo di un’offerta di acquisto: vari incontri tra Kroenke e gli esponenti dell’Arsenal Supporters’ Trust hanno creato un clima molto favorevole a un eventuale passaggio di mano, anche perché il secondo maggior azionista, il russo-uzbeko Alisher Usmanov, suscita entusiasmi molto minori. In tutto questo, si è inserito il progetto laburista, a dire il vero pre-elettorale e dunque potenzialmente cialtrone, di una riforma in base alla quale almeno un 25% delle azioni di un club debba andare ai tifosi e che a questi venga data la prima opzione nel caso di vendita, previa ovviamente la costituzione di cordate con solida base economica. Come sta avvenendo coi Red Knights al Manchester United, Knights che sono esponenti del mondo finanziario britannico più vicino ai circoli finanziari in cui si muovono i Glazer che non al tifoso medio, ma che godono dell’appoggio un po’ ingenuo di molti proprio in quanto fans. Qualcosa si dovrà muovere comunque, considerando anche le minacce Uefa di messa ai margini delle società indebitate: all’ultima verifica disponibile, quella sui conti del 2008, i debiti complessivi dei 18 club inglesi presi in considerazione arrivavano a quasi quattro miliardi di euro, più di tutte le altre 714 società europee messe assieme.