Grandezza di Pietrangeli

Addio al primo vero mito del tennis italiano, amatissimo anche da chi non aveva mai visto una racchetta. Uno degli ultimi grandi campioni nell'era del finto dilettantismo, legato per sempre a Panatta e Sinner...
Grandezza di Pietrangeli
© Getty Images

Stefano OlivariStefano Olivari

Pubblicato il 1 dicembre 2025, 11:40

Nicola Pietrangeli ci ha lasciati dopo 92 anni vissuti alla grande, tranne che negli ultimi tempi per i problemi di salute e soprattutto per la morte del figlio Giorgio. Tutti sanno chi fosse e cosa abbia vinto: primo italiano a conquistare un torneo del Grande Slam (il Roland Garros, due volte) e primo giocatore italiano ad avere una popolarità trasversale e internazionale (vero uomo di mondo, era di casa ovunque), anche se non fu certo il primo campione del nostro tennis, pensando a De Morpurgo, De Stefani e anche ovviamente a Beppe Merlo, più anziano di sei anni ma per qualche stagione arci-rivale di Pietrangeli, dal quale lo divideva quasi tutto. 

Parlare di Pietrangeli significa parlare anche di Panatta e Sinner, cioè gli altri campioni che hanno segnato un'epoca del tennis italiano dal punto di vista non soltanto sportivo, ma anche sociale ed economico. Pietrangeli era di estrazione borghese e pur avendo la sua famiglia subito rovesci finanziari era in tutto e per tutto un prodotto del tennis dei circoli, che nella migliore delle ipotesi produceva finti dilettanti, campioni da Coppa Davis, visto che il professionismo era bandito dalla federazione internazionale e viverlo alla luce del sole significava rinunciare ai grandi tornei e appunto alla Davis, che per Pietrangeli era la cosa più importante di tutte al di là del suo record (164 partite fra singolare e doppio, di cui 120 vinte) imbattibile con il calendario di oggi ma mostruoso anche con quello di ieri.  

Non si toglie nulla a Pietrangeli dicendo che molte sue vittorie sono da asteriscare, visto che in molte stagioni mancavano i teorici migliori 8 (tutto era teorico perché le classifiche non erano date dai punti ma da giudizi di giornalisti ed esperti) ed è insomma come se oggi i tornei dello Slam venissero vinti da Shelton e Draper. Ma non è colpa sua se i dirigenti dell'epoca erano ottusamente gelosi dell'orticello. Panatta e Sinner sono di estrazione sociale ben diversa, come diverso è il mondo del tennis in cui sono emersi, con tutti i suoi pro (a partire dai soldi) e i suoi contro. Certo è che i record di Panatta sono meno discutibili, pur nel caos organizzativo degli anni Settanta, e quelli di Sinner sono semplicemente indiscutibili se raportati al proprio tempo.

Pietrangeli, grazie al suo essere uomo di mondo e al suo carisma, è però riuscito nell'impresa di rimanere Pietrangeli anche nel dopo-tennis, da capitano di Coppa Davis e poi da icona, cosa che a Panatta è riuscita soltanto in parte e che dubitiamo riesca a Sinner, anche perché probabilmente non gli interessa. Non sono comunque un caso i battibecchi, sempre nel segno della civiltà, con Panatta e con i giornalisti-tifosi di Sinner, perché lo sport di PIetrangeli era quello a cui le persone davano il giusto peso, mentre quello di Sinner è quasi un valore in sé, qualcosa che attraverso i fuoriclesse riscatta le nostre vite mediocri. In mezzo a queste due visioni Panatta, che l'epoca dei gesti bianchi l'ha sfiorata ma che è riuscito a vivere la prima fase dell'ATP. Con Pietrangeli scompare quindi un uomo che sintetizzava un mondo, un tennis, un'epoca, che non abbiamo vissuto ma che è stato bello mitizzare. Persona gentilissima, intervistata tante volte (l'ultima due anni fa per il Guerin Sportivo) e mai banale anche se per forza di cose non poteva sempre essere originale, 

stefano@indiscreto.net

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