Tennis

La Davis di Pietrangeli

Il quarantennale dell'unica Coppa Davis conquistata dall'Italia, dopo una complicatissima trasferta in Cile, è utile a ricordarci una volta di più che se dovessimo avere rapporti sportivi soltanto con paesi democratici allora quasi sempre resteremmo a casa nostra. Anche nel 2016. Il contesto politico dell'epoca è noto ed è stato più volte rievocato dagli azzurri, oltre che dal loro capitano Nicola Pietrangeli, in libri e interviste: da tre anni Pinochet aveva instaurato in Cile la dittatura e quasi tutti i partiti politici premevano perché l'Italia di Panatta, Bertolucci, Barazzutti e Zugarelli rinunciasse a giocare la finale di Santiago in segno di protesta. Non è un dettaglio che nessuno pensasse di boicottare partite o manifestazioni con Unione Sovietica e Cina, per dire, o anche la nazionale di calcio di un Brasile anch'esso sotto una dittatura. In altre parole, il Cile era un paese sufficientemente piccolo e il tennis uno sport così poco popolare che entrambi potevano essere usati per fare i fenomeni, con la pelle (diciamo pelle) degli altri. Anche la stampa sportiva italiana, di solito pronta ad esaltare la mitica 'efficienza' di stati non democratici (quanti elogi abbiamo letto per l'impiantistica di Pechino 2008?), fu quasi tutta a favore del boicottaggio. E va detto che gli stessi giocatori avevano paura ad esporsi: volevano tutti andare in Cile perché consapevoli che una finale contro un avversario così debole non si sarebbe più materializzata, ma al tempo stesso non volevano passare i soliti sportivi superficiali, se non addirittura fascisti (bastava non essere comunista per guadagnarsi questa definizione). Nemmeno Panatta, al termine della migliore stagione della sua vita con le vittorie al Foro Italico e al Roland Garros oltre che con la posizione numero 4 nel ranking ATP, ci mise la faccia. Così la parte dello sportivo ottuso, impermeabile alle sollecitazioni della società civile, toccò a Pietrangeli che si batté contro i media, i partiti e contro la sua stessa federazione, oltretutto sotto elezioni. Alla fine la situazione si sbloccò, per diversi motivi: primo fra tutti quello che nessuno materialmente voleva assumersi l'onere di dire di no alla trasferta. Il governo (all'epoca presidente del consiglio era Andreotti) passò la palla al CONI che la passò alla FIT che a sua volta la ripassò al CONI, con ancora Giulio Onesti presidente, che in pratica sostenne di non poter intervenire nelle scelte delle singole federazioni e che in ogni caso il governo avrebbe avuto l'autorità per impedire la trasferta, se avesse voluto. Così gli azzurri decisero da soli: Bertolucci partì per conto suo qualche giorno prima degli altri, per giocare un torneo proprio a Santiago (perse al primo turno da Fillol), mentre Panatta arrivò direttamente da Las Vegas (aveva giocato un'esibizione al Caesar's Palace contro Connors, Dibbs e Rosewall), con Barazzutti e Zugarelli che invece viaggiarono insieme a Pietrangeli. Mentre la squadra era già a Santiago l'assemblea della FIT elesse presidente Paolo Galgani (l'altro candidato alla successione di Giorgio Neri era Massimo Momigliano), contrario alla trasferta ma che negli anni seguenti si sarebbe vantato per la Davis come se l'avesse vinta lui, e il governo diede una specie di via libera in politichese, non attraverso Andreotti ma per bocca del ministro del turismo e spettacolo Antoniozzi. In tutto questo la RAI, la mitica RAI di una volta che viene rimpianta soprattutto da chi non era ancora nato, decise di non acquistare i diritti per la trasmissione in diretta dell'evento ma soltanto quelli per la differita nonostante gli orari (dalle 16 e 30 fino a mezza sera) fossero ottimi per i telespettatori italiani. Decisione dei vertici, ma attribuita al direttore del Tg2 Andrea Barbato (gli eventi sportivi spettavano al secondo canale, di solito). Particolari dimenticati, mentre indimenticabile è quella squadra, che ci avrebbe regalato altre tre finali (dopo quella in Australia del 1977 Pietrangeli fu fatto fuori dai giocatori e dalla federazione), di cui una contro un altro paese non certo democratico come la Cecoslovacchia del 1980. Ma lì nessuno invocò il boicottaggio. twitter @StefanoOlivari