Tennis

Roberta Vinci, numero sette e non sentirlo

Lunedì prossimo la nuova classifica WTA ufficializzerà che Roberta Vinci sarà diventata la tennista numero 7 del mondo. Suo miglior ranking in carriera da singolarista, mentre in doppio è stata anche numero uno ai tempi del sodalizio con Sara Errani. È un traguardo che fa impressione, prima di tutto per il valore assoluto di questo risultato: significa che soltanto sei persone al mondo, valutate con criteri oggettivi e non per l'immagine o la simpatia, sono meglio di lei nella sua professione. E stiamo parlando di uno sport praticato ovunque, dove il singolo talento può emergere a prescindere dal passaporto. Evitiamo, per carità di patria, i paragoni con calciatori idolatrati al paesello e che oltre Chiasso o Ventimiglia scendono molto a livello di considerazione individuale (nessuno fra i primi 23 dell'ultimo Pallone d'Oro FIFA, per dire). Ma il risultato della Vinci, che in ogni caso rimarrà nella storia meno della sua semifinale agli scorsi U.S. Open vinta contro una Serena Williams lanciata verso il Grand Slam, è importante anche in relazione alla sua storia: la campionessa tarantina, che nel nel 2014 aveva chiuso la stagione da 49 del mondo e si avviava a compiere 32 anni, è stata capace di ribellarsi sia al passare del tempo che alle tante occasioni buttate via in carriera, non per sfortuna (nel tennis non esiste, a meno di non entrare in discorsi medici) ma anche forse per avere pensato troppo in piccolo. Alla fine la separazione dalla Errani, dai contorni mai totalmente chiariti (la maggioranza degli addetti ai lavori pensa che sia stata più una decisione di Sara, per concentrarsi sul singolare), le ha fatto bene e l'ha indotta a prendere come una sfida quella di proporre il suo gioco in un circuito popolato da robottine con poco cervello (almeno in senso sportivo) e personalità. Una sfida racconta e vinta. E il bello è che non è ancora finita. Bello per gli appassionati di tennis, perché i risultati della Vinci, della Pennetta, della Schiavone e della Errani (per citare solo chi è arrivata nelle prime 10 del mondo) dimostrano che nemmeno i campioni riescono a cambiare i rapporti di forza fra le varie discipline.