Atletica

L'ultima vita di Andrew Howe

Da quanti anni parliamo di Andrew Howe al passato? Troppi, ma il dispiacere per una carriera che avrebbe avuto tranquillamente in canna l'oro olimpico passa in secondo piano rispetto alla gioia per il suo ennesimo rientro agonistico, probabilmente l'ultimo visto che l'atleta reatino ha ormai 32 anni. Ad Ancona Howe ha saltato 7 metri e 89 centimetri, misura che in altri tempi non sarebbe stata nemmeno citata nelle brevi dei giornali sportivi ma che oggi segna invece la sua rinascita. Non andava così lontano dal 2010, dalle qualificazioni per gli Europei (all'aperto, mentre Ancona era indoor) di Barcellona, quando saltò in 8,15, ma soprattutto 7,89 è di soltanto un centimetro sotto il minimo per gli Europei indoor previsti a Belgrado dal 3 al 5 marzo, manifestazione che lui vinse esattamente 10 anni, fa, pochi mesi dopo l'oro all'aperto e prima dell'argento ai Mondiali di Osaka. Di più: questo salto lo ha collocato al secondo posto nelle liste europee stagionali, dietro all'8,08 del francese Bertrand, statistica che peraltro la dice lunga sullo stato di salute dell'atletica del nostro continente. I record italiani (8,47 all'aperto e 8,30 indoor) di Howe sono lontanissimi, ma i quattro mesi di allenamento insieme a Fabrizio Donato gli hanno almeno ridato la voglia di atletica, persa fra varie attività extrasportive (pubblicità, programmi televisivi, musica e altro) e soprattutto gli infortuni che dal 2008 lo tormentano. Appuntamento adesso fra una ventina di giorni sempre ad Ancona, ma per gli Assoluti indoor. Troppo tardi per cullare grandi sogni, ma non troppo tardi per tornare un atleta con una buona dimensione europea. L'Howe che nel 2004 incantò ai Mondiali juniores di Grosseto (20"28 sui 200 metri e 8,11 nel lungo) è senz'altro il più grande talento puro mai prodotto dall'atletica italiana: a 19 anni, tanto per fare dei nomi, Gatlin i 200 li correva in 20"29 e Lemaitre in 20"68... Ma è ovviamente nel lungo che i rimpianti sono maggiori, visto che nell'era Howe si sono vinti ori olimpici con 8,34 (Saladino a Pechino), 8,31 (Rutheford a Londra) e 8,38 (Henderson a Rio), con le medaglie già prendibili a quota 8,12 (Claye 2012). Inutile ripercorrere tutta la sua storia medica, che ha un inizio ben preciso con l'infortunio muscolare del 22 giugno 2008 in Coppa Europa. I tanti stop non gli hanno impedito di saltare 8,15 nel 2010, una misura con cui a Londra sarebbe andato a medaglia... La speranza, magari non olimpica perché Tokyo è troppo lontana, non è ancora morta. L'atletica italiana ha un disperato bisogno di volti come il suo, riconoscibili dal pubblico generalista, prima ancora che di risultati.