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L'anno zero dell'atletica italiana

Quante volte negli ultimi anni abbiamo letto, dopo una disastrosa spedizione olimpica o mondiale, che l'atletica italiana è al suo anno zero? Ecco, stavolta è proprio vero. Ma non per le zero medaglie di Rio, risultato negativo che eguaglia quello di Melbourne '56, visto che l'atletica è uno sport davvero universale e un ragazzo nato in un'isoletta sperduta e con poche strutture può avere le sue chance come un americano o un italiano. Il problema è che il peggior malato, per citare una delle frasi cult di Rino Tommasi, è quello che non ammette di essere malato. E l'atletica italiana, dopo la rielezione di Alfio Giomi, è esattamente in questa situazione. Non che il battuto Stefano Mei venga da un altro pianeta, visto che è inserito in quel sistema (nella Polizia) dei gruppi militari e dello sport statale che distribuisce stipendi, con i nostri soldi, ma non motivazioni. Però l'elezione di Mei, un passato da atleta pulito e vincente che va sempre sottolineato, avrebbe almeno significato l'ammissione del problema. Perché al di là di tanti discorsi autorazzisti, che davanti all'evidenza (i risultati dei 'nuovi italiani' sono peggiori di quelli dei vecchi, in rapporto al resto del mondo) dovrebbero sparire,  il talento su cui lavorare in prospettiva agonistica non manca. La colpa della FIDAL degli ultimi anni è proprio quella di non avere gestito bene il poco materiale umano a disposizione, al di là della sfortuna di Tamberi e Greco, di operazioni mediatiche finite nel ridicolo come quella Donati-Schwazer e delle squalifiche ormai abituali della Giorgi. Senza andare alla preistoria, prendiamo le medaglie azzurre dei Mondiali Allievi e Juniores dal 2004 ad oggi, quindi riferite ad atleti che oggi hanno al massimo 31 anni e dovrebbero quindi essere ancora attivi a buon livello. Juniores, che da quest'anno sono Under 20: Andrew Howe (lungo e 200), Laura Gibilisco (martello), Claudio Stecchi (asta), Elena Vallortigara (alto), Alessia Trost (alto), Roberta Bruni (asta), fino ad arrivare a Naomi Stella (marcia) e Filippo Tortu (100). Vediamo adesso le medaglie fra gli Allievi, nello stesso periodo (anni dispari, mentre gli Juniores hanno il Mondiale in quelli pari): Galvan (200), Di Bari (marcia), Vallortigara, Trost, Galbieri (100), Bencosme (400 ostacoli), Angioi (lungo), Braga (lungo), Furlani (alto), Stella, Sottile (alto) e Zenoni (800). 9 medaglie juniores e 12 allievi, contro il meglio del mondo nello stesso periodo. Senza citare chi non ha vinto medaglie giovanili assolute, pur avendo il talento per farlo, dalla Del Buono alla Reina. Quindi affermare che c'è un problema di reclutamento è una cosa, perché è evidente che sia più conveniente fare il terzino in Lega Pro che essere un nazionale nella velocità, mentre dire che non c'è talento su cui lavorare è assurdo. Uscendo dal discorso medaglie, bisogna poi ricordare che la squadra che Stefano Baldini ha portato lo scorso luglio a Bydgoszcz era di buonissima qualità. Non stiamo a fare l'elenco completo, ma il talento di Riva, Chiappinelli (per lui menzione d'onore: quinto nei 3000 siepi battendo il primato italiano di categoria dell'immenso Francesco Panetta), Sottile, Bocchi, Oki, Sibilio e della Dosso, della Fantini e della Casarotto è notevole. Conclusione? Il sistema sportivo federale è strutturato, non soltanto in Italia e non soltanto nell'atletica, per la perpetuazione del potere da parte della stessa classe dirigente e in molti casi delle stesse persone. Nel calcio i presidenti vengono contestati (e gli allenatori esonerati) dopo un mese di risultati negativi, nell'atletica dello stesso paese non bastano quattro anni.