Atletica

Da Stalin a Putin, la Russia di Nina Ponomaryova

Vite come quella di Nina Apollovna Ponomaryova non si possono ridurre a due ori olimpici e a un furto in un negozio, ma le leggi dei media non perdonano e bisogna accettarle senza snobismo. La grandissima discobola russa, anzi sovietica, conosciuta anche con il cognome derivante dal suo primo matrimonio, Romashkova, è morta qualche giorno fa a Mosca a 87 anni e la sua importanza nella storia dello sport è facilmente sintetizzabile, grazie alle leggi di cui sopra: è stata la prima medaglia d'oro olimpica, a Helsinki 1952, dell'Unione Sovietica che in quell'edizione per la prima volta partecipò ai Giochi.  La prima non soltanto dell'atletica, ma proprio di tutti gli sport. Un'impresa che ebbe un impatto propagandistico enorme in un paese all'epoca ancora con Stalin al potere. Primatista mondiale, campionessa europea, imbattibile, eccetera, con il pubblico generalista che avrebbe memorizzato il suo nome 4 anni più tardi quando a Londra, dove si trovava con la nazionale, ebbe la bella idea di rubare cinque cappelli in un grande magazzino di Oxford Street. Non cappelli di alta moda, si trattava di poche sterline di merce, ma qualcosa che comunque a una donna cresciuta nell'URSS staliniana sembrava irresistibile. Fermata subito dalla polizia, ne nacque un caso internazionale in un momento politico (erano i tempi della crisi di Suez) particolare: i sovietici gridarono al complotto (è una fissazione...) e alla volontà di infangare gli eroi dello sport socialista. Dopo polemiche infinite e un mese di battaglie legali se la cavò con una multa e potè tornare in patria, prima di vincere un bronzo olimpico a Melbourne e di tornare grandissima a Roma 1960 con un altro oro. Una che conosceva la sofferenza, Nina Ponomaryova, nata e cresciuta in un gulag vicino a Ekaterinburg (il paese dove fu ucciso l'ultimo zar con tutta la famiglia) in cui erano stati spediti i genitori non perché oppositori del comunismo ma semplicemente perché ritenuti troppo borghesi. All'uscita dal gulag la famiglia della Ponomaryova fu spedita in una zona depressa del Caucaso, che di lì a poco sarebbe stata occupata dalla Germania nazista: e così anche l'adolescenza fu superata. Il disco, scoperto all'università, fu il suo passaporto per girare il mondo ed essere competitiva fino a Tokyo 1964, prima di fare l'allenatrice ed in generale l'icona di un mondo che è durato anche oltre il 1991, dove il nazionalismo ha sempre prevalso su altri aspetti: non a caso lei è sempre stata molto rispettata anche da Vladimir Putin, che l'ha voluta con sé in diverse occasioni pubbliche. twitter @StefanoOlivari