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Doping, la Russia e gli altri cattivi

Il sistema sportivo russo degli ultimi 15 anni è indifendibile, dal punto di vista dell'antidoping. Al punto che cominciano a non difenderlo nemmeno i suoi dirigenti, come Anna Antseliovich: le mezze ammissioni della direttrice dell'agenzia antidoping russa, pubblicate dal New York  Times, da un lato mettono sul banco degli imputati le istituzioni sportive di Mosca e dall'altro cercano, in maniera abbastanza improbabile, di allontanare le responsabilità della politica propriamente detta. Insomma, a Sochi 2014 (per citare il punto più basso) sarebbe stato fatto letteralmente di tutto ma contro il volere, o almeno a sua insaputa, di Putin. Era comunque evidente che la pubblicazione della seconda parte del rapporto McLaren avrebbe portato ad un'altra ondata di fango su uno dei paesi leader dello sport mondiale. La cui unica strategia difensiva è comprensibile: così facevano tutti gli altri paesi affamati di medaglie e con sufficienti protezioni politiche. Ma se il marcio di Giamaica, Kenya ed Etiopia sta venendo fuori, non ancora tutto ma sta venendo fuori, quello angloamericano gode di una corsia preferenziale evidente, anche perché la WADA (basta guardare i suoi finanziatori e i suoi dirigenti) è quasi sempre stata espressione di quel mondo. Così ci sono voluti gli hacker russi per entrare negli archivi dell'agenzia antidoping e dare la giusta pubblicità (gli addetti ai lavori già sapevano, tacendo) allo scandalo delle esenzioni facili: decine di atleti di vertice, da Simone Biles in giù, che gareggiano potendo assumere sostanze proibite ma sotto prescrizione medica, per patologie a volte fantasiose. Un doping legalizzato che alla fine si è dimostrato più forte del doping propriamente detto, alla russa, o di quello ancora non messo nel mirino come quello cinese. Conclusione provinciale ma non per questo meno valida, anzi: se la lotta al doping fosse una cosa seria e non un mezzo per far fuori i nemici politici, l'Italia ne avrebbe soltanto vantaggi pur avendo anche noi un discreto numero di personaggi finti, il cui grande alibi è quello di non vincere medaglie.