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Muhammad Ali, addio al più grande

Muhammad Ali, addio al più grande

Redazione

4 giugno 2016

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La morte di Muhammad Ali è stata nobile come la sua vita e la sua carriera di pugile, in parte limitate da frequentazioni sbagliate (cattivi consiglieri, quando non direttamente gente del suo entourage che lo ha derubato) e in parte esaltate dalla consapevolezza di non essere soltanto uno degli sportivi più famosi del mondo. Ali, che a metà anni Sessanta abbandonò il nome di Cassius Clay, con cui aveva vinto l'oro nei mediomassimi ai Giochi di Roma ma che riteneva troppo coerente con il mondo dei bianchi, da oltre trent'anni era affetto dal morbo di Parkinson ma è per problemi respiratori che è morto in un ospedale di Phoenix. Lascia nove figli, un patrimonio finanziario modesto in proporzione alla sua fama planetaria, ma anche una lezione che va al di là della bontà delle cause per cui ha combattuto. All'apice della gloria e del successo, nel 1967 quando da tre anni era campione del mondo dei massimi (ai tempi in cui c'era un solo campione del mondo dei massimi, va ricordato), fu capace per una questione di principio di perdere quasi tutto: il titolo, i soldi, addirittura la possibilità di fare il pugile. Se la guerra del Vietnam era stato il pretesto di Ali per mettere in discussione la società dei bianchi, va anche detto che tutto il suo successo è derivato dalla società dei bianchi, operazione Liston (il nero cattivo 'doveva' lasciare il posto a quello telegenico) compresa: lui è stato il più grande nell'era in cui le dirette televisive intercontinentali sono diventate normali, così come la televisione a colori in gran parte del mondo occidentale. Il match di Kinshasa con Foreman, nel 1974 nell'allora Zaire, è stato quello che ha cambiato per sempre le dimensioni finanziarie dei grandi eventi sportivi: 10 milioni di dollari di sole borse e pazienza se quei soldi Mobutu li aveva rubati proprio ai neri. Proprio per questo l'Ali più famoso, quello delle sfide totali con Frazier, Foreman e Norton, è per certi aspetti un Ali pugilisticamente inferiore a quello degli anni Sessanta: meno veloce e meno resistente, anche se più esperto e capace di mettere in soggezione con provocazioni culturali, oppure ordinario trash talking, avversari, pubblico e giornalisti. È semplicemente che quell'Ali è conosciutissimo, grazie a You Tube e a tutto il resto, di quello che aveva combattuto con Doug Jones, Sonny Liston (fu tra il primo e il secondo match con Liston che avvenne la conversione all'Islam), Archie Moore, Henry Cooper, Floyd Patterson e Zora Folley, solo per citare match ritenuti pietre miliari della boxe. E poi le sfide con Frazier e Norton (tre volte contro entrambi) sono diventate vere e proprie saghe epiche, con la rivincita più attesa, quella contro Foreman, che non si è mai materializzata e che rimane probabilmente il più grande match mai disputato nella storia della boxe. Da Rumble in the jungle a Thrilla in Manilla, ogni mossa di Clay-Alì è stata vivisezionata da sociologi e psicologi improvvisati, ma in questo senso non si va lontano da quanto accaduto per altri fuoriclasse. La differenza Ali l'ha fatta con la consapevolezza e con il non accettare di farsi manovrare. Un atteggiamento spinto al limite, che spesso ha sortito effetti opposti rispetto alle intenzioni: Alì, il campione della libertà, era diventato a un certo punto quasi un burattino nelle mani della famiglia, dei troppi finti amici, della Nation of Islam (che poi abbandonò per un Islam più moderato, fino a virare in direzione del sufismo), addirittura anche dei suoi stessi dipendenti e mantenuti, ma anche dei tanti che nell'era dell'Alì 'condiviso' hanno cercato la sua presenza per mettere un bollino di qualità sulle iniziative più disparate. È stato lo sportivo più grande di sempre? Di sicuro il più trasversale, contraddittorio e paradossalmente (vista la fama e il numero di giornalisti al seguito) misterioso, quello a cui era ed è impossibile rimanere indifferenti.

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