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Sabato pomeriggio con Moses Malone

La morte di un campione come Moses Malone è di solito un pretesto per raccontare i fatti propri pensando che siano interessanti per il resto del mondo, ma nel caso del centro di tante squadre ma soprattutto dei Sixers campioni NBA 1982-83 si va oltre, perché lui è stato un'icona generazionale molto più dei vari Jabbar, Bird, Doctor J e Magic, fenomeni conosciuti da tutti. Gli appassionati veri ricordano invece anche quelli, pur forti, del piano di sotto e fra questi il più forte era senz'altro Malone che si stampò nella memoria di tutti grazie ad una della prime partite NBA mai trasmesse in Italia, di sicuro la prima trasmessa da Canale 5, all'inizio della stagione 1981-82. Los Angeles Lakers contro i Rockets di questo strano centro, non proprio del genere undersized che a fine anni Settanta andava molto (Dave Cowens, Wes Unseld, eccetera...) ma comunque lontano dal confine dei sette piedi (2,13) e prestazione mostruosa di Malone, con partita poi vinta dai Rockets dopo due tempi supplementari (al primo si arrivò per un canestro da tre punti di Magic), in trasferta al Forum di Inglewood. La NBA era sbarcata in Italia qualche mese prima sugli schermi di PIN (Prima Rete Indipendente, era una tivù della Rizzoli), ma fu con i sabati pomeriggio di Canale 5 (partite in differita di giorni, spesso anche di una settimana...) e le telecronache di Dan Peterson, ai tempi allenatore del Billy Milano, che entrò dentro agli italiani per non uscirne più. Ma a prescindere dall'Italia Malone era in ogni caso un personaggio di culto. Non fu il primo giocatore a passare direttamente dall'high school al professionismo, ma fu senz'altro il primo di una certa importanza a fare questo salto incredibile molti anni prima che diventasse quasi una prassi (Garnett, Kobe, LeBron, eccetera...), limitata dalla NBA stessa con il limite di età a 19 anni e quindi un anno di college (o di estero) obbligatorio prima di entrare nella lega. Malone per la verità non entrò subito nella NBA, ma passò dal liceo della natìa Petersburg, trascinato al titolo della Virginia, alla ABA che nel 1974 era agli sgoccioli ma che sul piano finanziario non era all'epoca messa tanto peggio della NBA. Il contratto con gli Utah Stars, un milione di dollari all'anno per cinque stagioni, fece epoca, ma dopo una seconda stagione vissuta negli Spirits of St. Louis la lega morì e le squadre sopravvissute confluirono nella NBA. Nel dispersal draft del 1976 fu scelto dai Blazers, ma Jack Ramsay ritenne che fosse troppo simile a Maurice Lucas e lo lasciò andare (per la cronaca: pochi mesi dopo i Blazers di Walton e Lucas avrebbero vinto il titolo), così dopo qualche partita ai Buffalo Braves finì finalmente ai Rockets. In Texas si vide senz'altro il miglior Malone, non più ala forte ma centro non altissimo (gli almanacchi dicono 2,08 e forse esagerano di 5 centimetri) di grande stazza e fisicità, super-rimbalzista e grande realizzatore. Non un genio del gioco, al punto che veniva poco sottilmente schernito per una certa ignoranza tattica (e non soltanto tattica), ma una macchina che travolgeva qualunque avversario al punto che la sua specialità ad un certo punto era diventata il tiro volontariamente sbagliato, avendo la certezza di prendere il rimbalzo offensivo e poi di segnare da posizione più facile. A Houston record su record, ma soprattutto la finale del 1981 persa contro i Boston Celtics di Bird, McHale e Parish. Nel 1982 il passaggio ai Sixers di Julius Erving, alla disperata ricerca di un anello buttato via negli anni precedenti e con Doctor J ormai 33enne, non più galleggiante in aria come un tempo. I Sixers pochi mesi prima erano stati battuti nella Finals proprio dai Lakers, con il trentacinquenne Jabbar che di pura intelligenza e classe aveva scherzato con Darryl Dawkins (anche lui scomparso qualche giorno fa) e Caldwell Jones (morto l'anno scorso). Con il centro molto fisico, come del resto era anche Dawkins, ma pericoloso in attacco e accettabile in difesa i Sixers diventarono immediatamente da titolo e titolo fu, sotto la guida di Billy Cunningham il quintetto più volte recitato da Peterson va ricordato anche oggi: Maurice Cheeks (attuale assistente ai Thunder) playmaker, Andrew Toney 'La Macchina' come guardia, Erving ala piccola, Mark Iavaroni ala forte seguendo la moda del mazzolatore bianco alla Rambis, più ovviamente Malone. Una squadra in missione, che dava la sensazione di non poter perdere contro nessuno e che infatti non perse contro nessuno, al di là della profezia di Malone. Che prima dei playoff (le migliori partivano dai quarti) regalò alla stampa il famoso 'Fo fo fo', che stava a significare un quattro (Four) a zero in ognuna delle serie. Il percorso netto fu rovinato dai Milwakee Bucks, che nelle finali di Conference strapparono una vittoria, ma in finale i Lakers di Pat Riley furono triturati. Il loro ciclo, nonostante l'arrivo nel 1984 di un certo Barkley, finì lì e anche Malone, MVP per il secondo anno consecutivo (il terzo in totale, quindi quando diciamo 'piano di sotto' dovremmo mettere l'asterisco), finì per sentirsi appagato e perdere un po' di sacro fuoco. Il finale di carriera, diviso fra varie squadre, fu un un lento ma onorevole declino, da buon mestierante che avrebbe chiuso con 19 stagioni NBA e 21 professionistiche totali. Come sempre, bisogna resistere alla tentazione del 'Grande campione grande uomo', perché il miglior Malone è quello che si è visto in campo. Non erano meglio quelli di una volta, come spesso si sente dire (dai vecchi, ovviamente), ma è merito loro se la NBA è entrata nell'immaginario collettivo. Twitter @StefanoOlivari