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Fabio Casartelli, la morte al Tour 20 anni fa

"E' il tour de France che fa grandi i ciclisti" ripetono spesso gli amanti della pedalata d'oltralpe, che dai tempi di Hinault e Fignon non vedono un ciclista francese festeggiare sotto l'Arco di Trionfo in quel di Parigi. Lo dicono e lo fanno dire a tutti, telecronisti stranieri compresi, ma in fondo ci credono solo loro. Proprio al tour de France, Il 18 luglio 1995, giusto vent'anni fa, la grandeur francese si è sciolta come neve al sole di fronte a una delle pagine più buie di questo sport. Sono le 12 quando, impegnato in una discesa, il gruppo sbanda e diversi ciclisti scivolano e cadono, alcuni finendo fuori strada. Uno tra gli altri però cattura l’attenzione medici e addetti alla corsa, è a terra coricato su un fianco, con le mani giunte vicino alle ginocchia. Ha gli occhi chiusi e non si muove, nella posizione di un bambino che dorme, se non fosse per quella scia di sangue che vien giù dal suo viso e che continua la sua corsa in discesa. Si chiama Fabio Casartelli, ha quasi 25 anni, è papà da due mesi e marito da poco di più ed è diventato professionista dopo aver vinto la prova su strada alle Olimpiadi del 1992, mettendo in fila l'olandese Dekker e il lettone Ozols in un incredibile sprint negli ultimi 200 metri di gara e passando il traguardo con le braccia al cielo, come un campione. Una carriera da pro fatta di alti e bassi e troppi infortuni, quella di Fabio, poi la chiamata al Tour con la Motorola, a cui nessuno può dire di no e le tappe, che si susseguono una dopo l'altra fino alla quindicesima, da Saint Girons a Cauterets, quando Fabio cade, sbatte la testa contro un paracarro, muore. Lo capiscono tutti che per Fabio non c'è niente da fare: chi lo ha visto cadere, chi lo ha visto a terra e chi ha tentato inutilmente di soccorrerlo, lì sull'asfalto e poi nell’ elicottero che lo porta in ospedale. La voce passa di uomo in uomo, come una borraccia durante i rifornimenti, solo gli uomini in fuga non sanno, tra questi Virenque del team Festina impegnato in una fuga per avere la maglia a pois e vincere una tappa. Sono gli anni di Indurain, è il suo ultimo tour da vincitore, bisogna prendere tutto quello che lo spagnolo lascia al gruppo: se mentre corre in salita a più non posso non si chiede perchè nessuno venga a dargli la caccia, c'è da capirlo Virenque. Un po' più difficile invece è capire il team manager Festina, che decide di non avvisare il francese e di lasciarlo correre in solitaria ascensione verso il traguardo, tra i tifosi francesi festanti. E così Virenque arriva al traguardo, sale sul podio, viene premiato e festeggia con le miss del giro e lo champagne da spruzzare sulla folla acclamante. Ancor più difficoltoso poi capire la direzione corse che non solo non ferma la tappa in segno di lutto, ma avvisa tutti: il giorno dopo che non si provi a non correre, chi non prende il via può tornare a casa. Per fortuna del Tour e di questo sport però ci sono gli uomini, quelli veri, che non hanno bisogno del Tour per sentirsi grandi, perché grandi lo sono già e non hanno paura a far vedere che la morte di uno di loro, durante la gara, può starci, ma non è cosa da far finta di niente. I corridori parlano, discutono, litigano, bestemmiano e decidono che la tappa si correrà, ma a modo loro: si farà un minuto di raccoglimento talmente silenzioso da poter sentire solo il vento e poi via per un vero e proprio trasferimento, a 40 chilometri orari di media, con la Motorola al completo davanti, e subito dietro i capitani Bugno, Zulle, Cipollini, Rominger e Indurain (si proprio lui, il dio spagnolo della pedalata) tutto il tempo a far da guardia: casomai a qualcuno venisse in mente di fare il furbo. All'arrivo poi il gruppo manderà avanti a tutti Andrea Peron (che con Casartelli divideva la stanza al tour) a vincere la tappa numero 16 e a mettere la parola fine a questa triste storia. Bella immagine, dovuta forse, ma non per questo così scontata, come quella del giorno dopo ancora in cui, mentre in Italia si celebra il funerale di Fabio, disobbedendo agli ordini di scuderia, Armstrong (ma quello che ancora doveva vincere la sua gara con il cancro e poi perdere quella con il doping) fugge dal gruppo e va a vincere la tappa dedicandola ancor prima del traguardo (gli indici verso il cielo) al suo amico scomparso. Storie di ciclismo, storie di uomini, senza i quali le gare, le maglie, i trofei non sarebbero niente. Storie di grandi uomini, che fanno grandi cose e riescono a far grande perfino il Tour de France, organizzato da uomini , ma che grandi proprio non sanno esserlo.