Liedholm e la legione dei tecnici stranieri

Sono 144 le panchine esotiche in Serie A dal 1929-30 a oggi. Dalle 644 partite del Barone che ha vinto con Milan e Roma all’unica presenza di 7 colleghi ("tratto dal Guerin Sportivo di Novembre 2026")
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Liedholm e la legione dei tecnici stranieri

Nicola CalzarettaNicola Calzaretta

Pubblicato il 31 ottobre 2026, 09:01

Il mister foresto sta diventando sempre più di moda nel nostro calcio. La storia ci dice che mai come quest’anno il numero degli allenatori stranieri sia stato così elevato in Serie A, almeno in partenza. Erano sei alla prima giornata del campionato 2026-27. I confermati Christian Chivu nell’Inter campione d’Italia, il giovane Carlos Cuesta con il Parma e il tedesco Kosta Runjaic all’Udinese. A loro si sono aggiunti lo stagionato Ivan Juric (Monza), il reclamizzato Ruben Amorim (Milan) e l’italo-teutonico Domenico Tedesco (Bologna) che, purtroppo per lui, ha retto 4 partite prima dell’esonero - che si conferma soluzione ecumenica, a prescindere dal passaporto e dal pedigree. Mister esotico, che nel calcio italiano è, in realtà, figura antica. Il football dei pionieri, inevitabilmente, abbondava di calciatori e allenatori di altre nazionalità, soprattutto britannica. A oggi, secondo Transfermarket, i mister stranieri dall’introduzione del Girone Unico (1929-30) sono 144. E tra di loro ci sono storie e profili che mettiamo adesso in ordine alfabetico.

A = ARGENTINA ’78

Luis Cesar Menotti, il fascinoso El Flaco, CT dell’Argentina mondiale. C’è anche il suo profilo, nella schiera dei mister gitani che hanno trovato lavoro in Italia. È il 1997. Lo prende la Sampdoria di Enrico Mantovani. Non più giovanissimo (classe 1938), ha perso molto del suo appeal. 8 partite per lui, solo tre vittorie prima di una serena rescissione consensuale.

B = BONIEK

Ma non solo Zibì. Con il polacco ci sono, in ordine sparso, Luisito Suarez, Clarence Seedorf, Rudy Voeller, Andriy Shevchenko, tanto per citare alcuni di quei campioni che hanno fatto benissimo da calciatori, ma che una volta sedutisi su una panchina della Serie A non hanno dimostrato le stesse qualità. Insomma, una cosa è giocare, un’altra allenare, specie nel calcio moderno.

C = CLACSON

Fu il giornalista romano Fulvio Stinchelli a metà anni ’80 a coniare il soprannome condominiale per la coppia formata da Roberto Clagluna e Sven Goran Eriksson, privo di patentino per guidare una squadra in Serie A. Quindi: il buon Clagluna per la forma, Eriksson per la sostanza. Clacson per il resto del mondo.

D = DELUSIONI

La lista dei flop è corposa. Tra questi troviamo l’argentino Carlos Bianchi che si legge senza acca. Un buon allenatore, vaga somiglianza con il mitico Doc di Ritorno al Futuro, al suo arrivo alla Roma nella stagione 1996-97 ebbe la brillante idea di voler cedere Francesco Totti alla Sampdoria, nientemeno. La sua panchina resse fino all’aprile 97, quando arrivò l’esonero.

E = EBRAICA

È la nazionalità di Arpad Weisz, allenatore nato in Ungheria, a Solt, il 16 aprile 1896. In Italia gioca con Alessandria e Inter, prima di diventare allenatore. Una laurea in legge, in panchina dimostra notevoli qualità vincendo campionati con Ambrosiana e Bologna. Morirà in un campo di concentramento il 31 gennaio 1944. La sua vicenda è stata mirabilmente raccontata da Matteo Marani nel libro “Dallo scudetto ad Auschwitz”.

F = FELSNER & GARBUTT

Sono tra i primi mister stranieri a segnare la storia del calcio italiano prima della nascita del Girone Unico. Herbert Felsner, austriaco, classe 1889, è ancora oggi il tecnico che ha vinto di più nella storia del Bologna. L’inglese William Garbutt (1883) conquista tre campionati con il Genoa. A lui si deve l’uso dell’appellativo “mister” per indicare l’allenatore di calcio.

G = GIALAPPA’S BAND

“Le interviste possibili” era il nome di una delle rubriche più riuscite, con tanto di sottotitoli (la vera forza comica). E tra i protagonisti involontari, spesso compariva il faccione naturalmente abbronzato di Sebastião Lazaroni, da noi sulla panchina della Fiorentina e del Bari nei primi anni ’90, dopo le esperienze da CT del Brasile a Italia ‘90. Il suo italiano sbiascicato e le sue pause erano momenti di vera ilarità.

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