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Lo spirito Sandro

Carlo F. Chiesa
Pubblicato il 23 ottobre 2026, 13:00
«Budapest, abbiamo vinto la partita di Coppa dei Campioni contro il Vasas. All’uscita dal campo, mi si avvicina Picchi: “Sandro, diglielo tu al mister se rinuncia al ritiro. Hai appena fatto due gol, vedrai che ti ascolta”. Non volevo tirarmi indietro, ma avevo timore di affrontare “il Mago”. Vado sotto la doccia, sto pensando alle parole da usare, ho lo shampoo davanti agli occhi quando Herrera mi si piazza di fronte e mi fa: “Se recordi, Massola, uno più va in alto e più deve restare in basso. Se recordi…”. Si era accorto del confabulare fra Picchi e me, aveva capito tutto. Quella frase mi è tornata spesso in mente, durante la mia vita. E mi è servita». Ora che i mobilissimi occhi di Sandro Mazzola si sono spenti per sempre, vale la pena riandare a uno dei ricordi più nitidi che lui stesso amava anteporre a ogni rievocazione. La figura di Helenio Herrera si staglia netta nella sua carriera di campione, anche se in realtà dovrebbero risaltare in primo piano l’ostinazione, la grinta, il perfezionismo del suo carattere. Ciò che gli consentì di uscire dal labirinto di una fanciullezza agra, che lo aveva fatto finire - già così piccolo - sulle pagine di cronaca dei giornali.
Le seconde nozze
Alessandro era nato a Torino l’8 novembre 1942 da papà Valentino, che in maglia granata aveva appena preso a folleggiare, e mamma Emilia Ranaldi, sposata dal campione il 16 marzo precedente. Il 1° febbraio 1945, ancora in piena guerra, nasceva il fratellino Ferruccio. Quando la pace fece riprendere il campionato, la foto dell’asso in maglia granata intento ad allacciare le scarpe al piccolo Sandro fece il giro dei giornali: «Papà mi portava agli allenamenti, io restavo a palleggiare nello spogliatoio e guardavo i campioni. A volte, in campo, il portiere Bacigalupo mi faceva tirare un rigore: calciavo e lui si tuffava dalla parte opposta. Facevo gol e mi sentivo un giocatore vero». Il dramma però vibrava sottopelle. Papà Valentino e mamma Emilia nell’autunno del 1946 si separano davanti al Presidente del Tribunale di Torino. Mentre Ferruccio segue lei a Cassano d’Adda, luogo di nascita di papà, Sandro resta con quest’ultimo e la compagna Giuseppina Cutrona. Il 9 ottobre 1947 Valentino ottiene dal tribunale distrettuale di Ilfov, in Romania, una sentenza di annullamento. La Corte d’appello di Torino riconosce tale verdetto, ma le seconde nozze di Valentino, già in programma davanti a un ufficiale di stato civile, non vengono celebrate per via dell’opposizione di Emilia. Nel garbuglio giuridico (sono pendenti due cause), Valentino il 20 aprile 1949 (due settimane prima della tragedia) si reca a Vienna e vi sposa Giuseppina con rito civile. Qualcuno arriverà a ipotizzare che il cambio di destinazione da Milano Malpensa a Torino (sulla pista Aeritalia della Fiat, essendo Caselle ancora in via di realizzazione) dell’aereo fatale fosse debitore della volontà di Valentino di sfuggire a un possibile arresto per bigamia, essendo lui originario della Lombardia. Quando l’aereo del grande Torino si schianta sul terrapieno della basilica di Superga, Sandrino ha sei anni. I rapporti tra le due donne di Valentino si fanno subito tesi. La salma del campione viene trattenuta a Torino, per l’opposizione della seconda moglie al trasferimento a Cassano d’Adda richiesto da Emilia. A Sandrino viene detto che papà è in viaggio: «Un giorno mi ero nascosto sotto il tavolo per imitare le radiocronache di Nicolò Carosio - che parlava chiuso in una cabina - e sentii la mamma sfogarsi con un’amica. Trovai la conferma di quel che avevo intuito: mio padre non sarebbe mai tornato». Chiuso l’appartamento di via Torricelli dove abitava Valentino, Sandrino si ritrova in via Saluzzo, con Giuseppina e Leonina, la nonna paterna. Sul suo nome scoppia una grana giudiziaria: il tribunale dei minori di Torino lo affida a quest’ultima, ma il giorno successivo quello di Milano sceglie invece la madre. Questa si attiva, ma il bimbo è scomparso. Viene trovato all’1,30 del mattino dell’11 maggio 1949 in campagna, a Borgo San Martino, vicino a Casale Monferrato, nella casa di un industriale amico di famiglia, dove la seconda moglie l’aveva inviato “per sottrarlo alla dolorosa atmosfera della tragedia”. Vestito in tutta fretta, il piccolo viene portato a Milano, nell’alloggio di una zia materna, la signora Legnani. Il 25 giugno 1949 la Corte di Cassazione nega validità all’annullamento romeno del matrimonio di Valentino con Emilia, ma il 27 luglio Giuseppina vince la sua battaglia: a seguito di nuova sentenza, le seconde nozze vengono trascritte sui registri dello Stato Civile. Si risolve così la vicenda della successione dell’asso granata. Sandrino intanto si è trasferito a Cassano d’Adda con la madre e Ferruccio.
Mascotte nerazzurra
«Mi piaceva il pallone e sapevo calciare. Si giocava all’oratorio del paese. Andavamo a Messa alle 7,30, condizione essenziale per avere dal prete le chiavi del campo. Tutte le sere pregavo Dio di farmi diventare come mio babbo. Avevo fatto un voto: riuscirci e poi morire giovane come lui. Lo confidai anni dopo a Padre Pio, che mi assolse». La signora Emilia si trova in gravi difficoltà economiche. Qui si inserisce la figura di Benito Lorenzi, celebre “Veleno” dell’attacco dell’Inter, che ha un debito di gratitudine nei confronti di Valentino: sempre convocato e sempre in tribuna, quest’ultimo ne aveva caldeggiato l’esordio in azzurro con Ferruccio Novo, presidente de facto del Torino che all’epoca guidava anche la Nazionale, e il 27 marzo 1949 l’Italia aveva battuto 3-1 la Spagna a Madrid con gol sbloccapartita proprio del bomber debuttante. Benito si reca a Cassano d’Adda portando per i bambini scarpe da calcio e pallone. Verificate le condizioni di povertà in cui vive la famiglia, fa “assumere” Sandrino e Ferruccio come mascotte ufficiali dell’Inter: «Entravamo a San Siro vestiti di nerazzurro, salutavamo il pubblico, ci sedevamo accanto alla panchina. Se l’Inter vinceva, anche noi ricevevamo le 30mila lire di premio partita: tanto Lorenzi era riuscito a fare con il presidente Masseroni». Mamma Emilia adesso ha un fidanzato, Piero Taggini, commerciante, che la sposerà nel 1952. «Fu lui, papà Piero, l’uomo che ha cresciuto con amore me e mio fratello, a portarmi a un provino con l’Inter, nel 1955. Mi presero e, a parte una parentesi nel settore giovanile della Milanese, da lì iniziò la mia storia con l’Inter. Oltre a Garoia, accompagnatore e talent scout, furono fondamentali Giovanni Ferrari e Giuseppe Meazza, che trovai nel vivaio nerazzurro. Il primo mi ha impostato: si inginocchiava davanti a te, ti prendeva il piede e lo sistemava per il tiro: piatto, esterno, collo. Meazza mi ha insegnato a comportarmi da calciatore. Una volta rimproverai un compagno che non mi aveva passato il pallone. Lui mi disse, in dialetto lombardo: “Uè pastina, io ho vinto due Mondiali e non ho mai ripreso nessuno. Che sia l’ultima volta».
Il saluto di Boniperti
Sandrino cresce, ci sa fare, ma da figlio d’arte si percepisce snobbato dai tecnici e in procinto di essere scaricato. Si reca allora a Torino col patrigno. Obiettivo: sostenere un provino col Torino: «Con uno stratagemma Ferruccio Novo si negò a papà Piero. E pensare che mio fratello portava il suo nome. Lo stesso quando tornai al Filadelfia con le giovanili dell’Inter: nessun saluto. Solo Zoso, il magazziniere, fu molto affettuoso: andò a prendere nell’armadietto di mio padre un paio di scarpette da bambino. Erano le mie. Le teneva lì, insieme alle cose del babbo. Me ne andai via con le lacrime agli occhi. Emozionato per il gesto di Zoso, ma ferito e deluso per tutto il resto». Sandro torna a Milano, il suo esordio in Serie A è vicino. Il 10 giugno 1961, dopo una diatriba chiusa dalla Corte d’Appello Federale, il presidente Angelo Moratti manda in campo per protesta la giovanile per la ripetizione della gara con la Juventus, che ha già vinto il campionato: «Fu un’avventura. Facevo il quarto anno di Ragioneria e quella mattina avevo tre interrogazioni decisive per salvare l’anno. Mia madre non voleva nemmeno sentir parlare di pallone. Intervenne Italo Allodi, segretario dell’Inter. Si mise d’accordo con il preside per farmi uscire alle 11.15. Feci le mie prove scolastiche e fuori trovai il taxi mandato dall’Inter che mi portò a Torino. A centrocampo da capitano scambiai il gagliardetto con Boniperti, alla sua ultima partita: “Ho giocato in Nazionale con tuo padre, il più grande che abbia mai visto”. A me uscì un “grazie” con un filo di voce»: l’Inter perde 9-1, di Sandrino, su rigore (da lui procurato, con un tiro deviato di mano da Umberto Colombo), l’unica rete dei suoi. Tra i ragazzi, Sandrino eccelle nello spunto in velocità, che ne promuove il dribbling saettante e le conclusioni, ma conosce pure l’arte del passaggio smarcante. È insomma un trequartista. Però nel campionato 1961-62 gli tocca ancora l’anticamera: «Speravo che Herrera mi tenesse in considerazione, invece no, fui rimandato a giocare con la De Martino. Per me ci fu solo un’apparizione, nell’ultima giornata contro il Lecco. Ero deluso. Il Mago il martedì mi diceva di stare pronto, poi la domenica non giocavo. Mi allenavo sodo, tantissimo al “muro”. A stagione ’62-63 appena iniziata ci fu la concreta possibilità di passare al Como. Invece Herrera mi fece giocare a Palermo, come seconda punta, ruolo che non mi piaceva. Così decisi che in campo avrei fatto la mezzala. Pareggiammo 1-1. La sera Herrera mi chiama e mi fa: “Bene, ragazzo, ora lei è in prima squadra. Non giocherà la prossima, ma le altre sì e non da seconda punta”. Fece una pausa e pensai: “Ha capito”. Invece riprese: “Farà la prima punta. Farò di lei una grande prima punta. Buonanotte».
Rigore a Gilmar
Helenio è impaziente di vincere. Il 21 ottobre 1962 nel derby promuove Picchi libero al posto di Zaglio, poi lascia partire il centravanti Hitchens, beniamino di San Siro, al Torino in cambio di Di Giacomo (all’epoca il mercato suppletivo si tiene in autunno) pur di lanciare in pianta stabile l’agile brasiliano Jair, sacrificato alla norma limitatrice degli stranieri in campo. Infine il 4 novembre si libera del troppo lento Maschio e lancia il guizzante baby Mazzola, irresistibile fringuello del gol che sta per compiere 20 anni. «Non era ancora finita: le prime partite non furono esaltanti e la critica picchiò duro. Nino Nutrizio de La Notte mi massacrò: “Se si chiamasse Pettirossi”, questo era il titolo nel quale, ancora una volta, venivo rappresentato come un raccomandato. Un tormento. Qualche domenica dopo Palermo segnai una rete stupenda alla Sampdoria. La consacrazione fu il 28 aprile 1963 con il gol-partita a Torino su assist di Mario Corso». È nata la grande Inter, che dominerà per tre anni la scena nazionale e internazionale. Con una serie di vittorie, gli uomini di Herrera raggiungono la vetta della classifica il 20 dicembre e si avviano a vincere il campionato. Sandro Mazzola, con 10 reti, sarà assieme a Jair il capocannoniere della squadra-scudetto. Il 12 maggio, a due giornate dal termine, esordisce in Nazionale a Milano, contro il Brasile campione del mondo, in realtà in formazione sperimentale e con Pelé presente solo per onore di contratto, sostituito dopo 26 minuti da Quarentinha. Gli azzurri di Mondino Fabbri vincono 3-0: «Segnai il secondo gol. C’era da battere un rigore, Sormani, oriundo brasiliano, si rifiutò. Toccava a Rivera, ma lui mi passò il pallone. Di fronte c’era Gilmar, campione del mondo: lo superai con un destro al sette». Quella vittoria sembra incoronare la nidiata di campioni cui ha fatto da levatrice l’Olimpiade 1960: schierato centravanti, Mazzolino pare perfetto complemento della coppia di interni Bulgarelli e Rivera. Sarà l’alfiere della Nazionale spettacolare di Edmondo Fabbri, prima che le cocenti delusioni del mondiale inglese (1966) facciano naufragare il sogno.
Gloria e caduta
Affidata prima alla strana coppia Herrera- Valcareggi, poi a quest’ultimo dopo l’addio di H.H. nel 1967, l’Italia rivedrà le stelle dopo la lunga notte seguita a Superga, vincendo l’Europeo in casa nel 1968 e cedendo solo al Brasile di Pelé ai Mondiali di Messico 70. È però l’amata Inter lo scenario delle prodezze più significative di Sandrino. L’atto conclusivo di Coppa dei Campioni a Vienna 1964 contro il Real Madrid lo vede protagonista: nel finale di primo tempo, su passaggio di Facchetti, sblocca il risultato con una folgore rasoterra di destro dalla distanza. Nella ripresa, dopo aver servito a Milani l’assist per il raddoppio, la botta di Felo su corner di Puskas ha rimesso tutto in discussione e allora ci pensa lui, che brucia Santamaría in accelerazione e con un diagonale sottomisura non lascia scampo a Vicente. Il 3-1 finale segna l’apoteosi del giovane attaccante che dopo il 90’ riceve la maglia dalla leggenda Puskas: «Ho giocato contro tuo padre e tu sei degno di lui»; la stampa lo incorona miglior contropiedista del mondo. Il dominio interno prosegue con gli scudetti 1965 - quando è anche capocannoniere e, vinta questa scommessa, si fa crescere i baffi - e 1966. Quello internazionale con la Coppa Intercontinentale 1964 sull’Independiente, la Coppa dei Campioni 1965 sul Benfica e ancora il massimo trofeo mondiale, sempre sui rojos argentini nel 1965. Il massimo torneo continentale 1965-66 vede l’Inter cedere di misura in semifinale col Real Madrid. Nella successiva stagione la marcia di “Baffo” è esaltante: l’8 dicembre 1966, negli ottavi a Budapest contro il Vasas, realizza una tra le reti più belle di tutti i tempi, scartando in un fazzoletto d’area di rigore cinque avversari prima di incenerire il portiere Varga. Ne realizzerà una simile in azzurro, il 17 ottobre 1970 a Berna contro la Svizzera, esibendo 5 palleggi volanti tra destro e sinistro prima di silurare Kunz in diagonale. Il cammino trionfale si arresta il 25 maggio 1967, quando nella finale di Lisbona il rigore iniziale di Sandrino contro il Celtic viene raggiunto e rimontanto nella ripresa dagli scozzesi. È la primavera maledetta dell’Inter, che una settimana dopo su papera di Sarti perderà a Mantova uno scudetto già vinto e il 7 giugno a Padova mancherà pure la finale di Coppa Italia. Logorato all’interno, in rotta col tecnico che ne ha plasmato la leggenda, il gruppo della grande Inter si è sfaldato, il ciclo è chiuso. Helenio Herrera però resta un mito inattaccabile: «Era un innovatore. In campo si lavorava di più, soprattutto sulla velocità. A tavola ci teneva a stecchetto, la bilancia era l’incubo di molti. Con me, gratificazioni, poche; lezioni - anche dure - tante. Se segnavo mi diceva: “Va bene, ma quanti tiri in porta ha fatto? Quanti passaggi utili? Quanti scatti?”. E il lunedì: “Massola, lei non ha mai preso palla”. Mister, ma ho fatto due gol. “Fortuna”. È vero, come scrisse mio fratello Ferruccio: ci dava una pastiglietta, che noi sputavamo. Così cominciò a scioglierla nel caffè. Non ne sentivo alcun bisogno, ma erano pratiche correnti nel calcio dell’epoca. Ferruccio aveva motivi di rivalsa nei confronti dell’Inter, prima che morisse ci siamo riconciliati. Però il vero doping del Mago era psicologico. Riusciva a convincerti che eri il migliore di tutti. Iniziava il martedì e il venerdì eri alto due metri. Una volta, prima di un derby, Suárez non ce la fa; il Mago prende Bicicli e comincia il pompaggio. Alla vigilia della partita, Bicicli se ne esce con: “Ma scusate, che cos’ha Suárez più di me?” Lo mandammo a scopare il mare».
Rivera, amico e rivale
Il Mago se ne andrà, anche Angelo Moratti lascerà, nel 1968: «Persona di altissima qualità e generosità. Bilanciava la rigidità di Herrera. Il Mago ci dava le multe, lui le toglieva. Quando decise di lasciare la società, rinnovò il contratto a tutti. A me fece un triennale da 120 milioni di lire l’anno». Ormai Sandro è il leader dell’Inter, con cui vincerà un altro scudetto, guidando alla riscossa la squadra di Invernizzi nella grande rimonta sui “cugini” del 1970-71, con la tabella dei risultati ideata assieme a Facchetti: «Ne parlammo col presidente Fraizzoli. Ci prese per matti. Concordammo un super premio in caso di successo. Ci andò di lusso». Con il ritorno alla base di Boninsegna il ragazzo-freccia è intanto arretrato a centrocampo. Il tramonto in azzurro cade in occasione della Coppa del Mondo 1974: pur impiegato all’ala destra - ruolo che non ama - si vota alla causa guizzando da par suo e risultando il migliore di una Nazionale partita con grandi ambizioni, ma alle prese con la chiusura di un ciclo generazionale. Il dualismo con Rivera ha caratterizzato un’epoca, ma in realtà in azzurro la famosa “staffetta” si ridusse a due partite della Coppa del Mondo di Messico 1970. La prima, nei quarti di finale: «Mi beccai la vendetta di Montezuma la notte della vigilia della partita col Messico. Non riuscii a chiudere occhio, la passai tutta seduto sul cesso. La mattina dopo, Valcareggi, informato dal medico, mi chiamò da parte e mi disse: avevamo già deciso di sostituire te o Boninsegna dopo il primo tempo, perché con l’altura di Toluca si spende tanta energia. Ma visto che sei conciato così, se te la senti vai in campo e fai solo un tempo. D’accordo? D’accordo, signor Valcareggi, risposi, e non ci fu bisogno di dire altro». La spigliata manovra azzurra, sostenuta dal fosforo di Mazzola, logorò i padroni di casa, che nel secondo tempo, trascinati dai traccianti di Rivera, affondò, battuta 4-1. Così in semifinale l’esperimento venne ripetuto e ne nacquero i leggendari supplementari di Italia-Germania 4-3. In finale tuttavia Valcareggi non replicò: Rivera entrò negli ultimi sei minuti al posto di Boninsegna, con l’Italia travolta dal Brasile di Pelé. Entrambi hanno poi più volte spiegato di avere ottimi rapporti fuori dal campo («Erano tempi in cui un interista e un milanista non potevano frequentarsi. Quando fondammo il sindacato, nel 1968, ci incontravamo di nascosto»), di sentirsi sul prato verde ognuno migliore dell’altro («Io e Gianni eravamo nati per giocare insieme: con lui mi sono divertito come con pochi altri. Guardava a sinistra e poi, pùm, passava il pallone a destra. Come il grande Meazza. Io però correvo più di lui») e soprattutto di avere sempre pensato di poter convivere in azzurro (come accaduto ben 45 volte) senza problemi.
Bandiera nerazzurra
Indiscutibile la sua fedeltà all’Inter: «In un paio di occasioni la Juventus mi contattò. E una volta, non volendo più saperne di beghe interne, avevo accettato il trasferimento: era quasi fatta. All’ultimo momento un vecchio dirigente, Renato Ramella, mi convinse che la mia vita era nerazzurra e che il sentimento doveva prevalere su tutto. Sono contento di come poi sono andate le cose». Lascia l’agonismo dopo la finale di Coppa Italia persa il 3 luglio 1977 contro il Milan: «Devo molto anche a Ivanoe Fraizzoli. Arrivò che io ero già un veterano, mi riteneva il trascinatore, il leader della squadra. Devo ringraziarlo: credo siano pochi i presidenti con il coraggio di prendere un giocatore che ha smesso la sera e nominarlo, il mattino successivo, consigliere delegato della società, per di più con pieni poteri». Da dirigente otterrà uno scudetto, due Coppe Italia e un Mundialito Club. Rientrato nell’Inter con la presidenza di Massimo Moratti, contribuirà all’avvento di Luiz Ronaldo in nerazzurro, vincendo una Coppa Uefa. Ha attraversato esperienze dirigenziali anche nel Genoa e nel Torino e in Federcalcio ed è stato a lungo apprezzato commentatore televisivo.
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