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San Siro, ora pro nobis

Pubblicato il 4 ottobre 2026, 16:00
Lo stadio è uno stato d’animo e uno stato: con le sue dogane e le sue leggi, i suoi alti e i suoi bassi. Un po’ teatro e un po’ agorà, un po’ patibolo e un po’ postribolo. Ci si innamora, ci si odia, ci si azzuffa per procura. Ci si sfoga. In assenza di guerre geograficamente «reali» si ricorre alla mimesi dello sport, al pretesto dell’hybris. L’arena è Austerlitz o Waterloo, ostaggio dei racconti che i padri fanno ai figli per tenerne sveglia la memoria, per non disperderne la scorza e la forza. Le bandiere, i cori, gli striscioni: la liturgia esonda dalla routine, con paramenti e riti che hanno trasformato le curve in covi, i covi in rovi, i rovi in depositi di passione ed eversione. Gli stadi uniti d’Italia sono «fatiscenti» e, in vista dell’Europeo del 2032, che organizzeremo con la Turchia, il futuro che si è mangiato il passato, costituiscono materia di riflessione, argomento di divisione. Cemento armato. Cemento amato. Questa è la storia di «uno» di loro. Uno dei più vetusti. Uno dei più celebri. Se non il più famoso.
Lo stadio di San Siro in Milano. Il 19 settembre compie cent’anni. Torve, le ruspe e le gru lo aspettano al varco; verrà demolito e sostituito da un impianto alternativo e adiacente: così dicono di fare, così stanno facendo. Chi scrive, lo battezzò il 1° marzo del 1964, a 13 anni e spiccioli, in occasione di Milan-Bologna 1-2. Quando i livelli erano ancora due; quando, per entrare, bastava presentarsi al botteghino e pagare; quando Harald «dondolo» Nielsen ed Ezio Pascutti replicarono al graffio di Amarildo, la riserva di Pelé che, nel 1962, aveva preso per mano il Brasile conducendolo, attraverso le finte di Garrincha, al bis mondiale. Da Stoccolma a Santiago del Cile.
È mattone e ferro, è erba e brivido. Con la gente a picco sul prato, all’inglese, senza piste d’atletica a renderne obesa la sagoma e lillipuziani gli abitanti. Prossimo all’epica di Marassi; lontano, lontanissimo dalle speculazioni, sceniche e oniriche, del Delle Alpi torinese. In libreria dal 30 marzo, «Il secolo di San Siro in 100 date (più una) da ricordare» (Meravigli edizioni), firmato da Claudio Colombo e Fabio Monti, giornalisti esploratori e non antiquari o antiquati, è una guida che accompagna la visita al Tempio, e ne riassume la religiosità emanata dall’atmosfera, il pathos sparso a piene ugole dai brusii, dalle coreografie. «Aprii la bocca per lo stupore e mi sentii come la Gradisca nel film “Amarcord” di Fellini, [allorché] sulla barca in mezzo al mare contempla il passaggio del transatlantico Rex»: è l’impatto di Aldo Serena, che ne fu inquilino e ospite. Il gusto vintage è orma, non onta. Ombra gotica e aliena, ci segue, ci insidia, ci solleva. Non si può non salpare dalla scintilla scatenante, dalla pietra fondante. La pose, perché fortissimamente lo volle, l’industriale Piero Pirelli, presidente del Milan. Sognava un’arena nuda e cruda, a totale ed esclusivo servizio del foot-ball. I tempi erano maturi: nella stagione 1929-1930, a rimorchio della «Carta di Viareggio », il calcio italico avrebbe adottato e perpetuato il girone unico, mossa e scossa che spostarono il «focus» dalle province alle città, dalle polisportive alle aziende, dai volonterosi agli imprenditori. Una svolta epocale. L’Inter giocava all’Arena: inno a Napoleone, ma troppo «parva» e non più «apta» alle esigenze della società.
Così traslocò. Il taglio del nastro tricolore venne affidato a Sua Altezza Reale Adalberto di Savoia-Genova, duca di Bergamo; e non poteva che essere un derby, il 19 settembre 1926, a proiettarlo nel mito: vinse e stravinse l’Inter, per 6-3. È un impianto che ha due nomi: San Siro, dal domicilio; Giuseppe Meazza, dall’intestatario (il 2 marzo 1980). Da non confondersi con l’ambiguità di coloro che, nel dubbio, sono stati capaci di scegliere senza scegliere, tipo la culla dei granata, «Stadio Olimpico Grande Torino». Rischiando, nel fervore ruffiano di non offendere né i Giochi né gli Invincibili, di banalizzare entrambi.
San Siro è stato polvere di speroni e nuvole d’incenso, Woodstock e Vaticano, gli eventi che ne hanno scandito la gioventù, la maturità e la vecchiaia pulsano di missioni e funzioni: i concerti, da Bob Marley a Vasco Rossi; i pugni di Duilio Loi, Sandro Mazzinghi e Nino Benvenuti; le «legioni» cardinalizie e i blitz papali. Uno stadio con il suo museo bi-partisan, per spalancare ai muscoli tiranni dell’intelligenza artificiale il «vizio» virtuoso dell’erudizione.
Tanta Inter e tanto Milan, naturalmente. Le finali di Champions, dalle pozzanghere domate con un tiro sbirulo di Jair, nel 1965, ai rigori di Cristiano Ronado. Di pomeriggio, il tacco destro di Roberto Bettega in una tappa di Milan-Juventus che, il 31 ottobre 1971, consacrò Madama (4-1) e spinse Nereo Rocco a togliersi il cappello. Di notte, la rimonta del Mago contro il Liverpool e la «manita » del Diavolo scacchista e sacchista agli orchi del Real: 5-0, parole e musica di Carlo Ancelotti, Frank Rijkaard, Ruud Gullit, Marco Van Basten, Roberto Donadoni. Gli episodi sono petardi di cifre, coriandoli di rovesciate, stelle filanti di protagonisti che hanno cercato di carpirgli la scena: fossero gli artisti più raffinati (Gianni Rivera, Sandro Mazzola) o le comparse più inattese (Giuseppe Minaudo). Sino alla cerimonia inaugurale dei Giochi di Milano e Cortina. Messa solenne urbi et orbi. Corre, il magone, alla scomparsa di Franco Baresi, avvenuta il 31 luglio, e al duetto con Beppe Bergomi che, il 6 febbraio, aveva scortato la fiaccola verso il braciere. Ma non oltre il destino.
Le voci di Adriano Celentano («Eravamo in centomila») e Roberto Vecchioni («Luci a San Siro»). La vena poetica di Giovanni Raboni e Vittorio Sereni. Le nebbie da «Albero degli zoccoli» ad addobbarne la figura austera, a calibrarne le drastiche sentenze. San Siro: le magie di Diego Armando Maradona, la «torta»-partita per i 50 anni di Pelé, il Parma di Arrigo Sacchi che mortifica il Diavolo in Coppa Italia e titilla la curiosità morbosa e contagiosa di Silvio Berlusconi. E il calcio cambiò canale.
Il «Meazza», nome che non piaceva a Gino Palumbo poiché farina di un concorrente - Mario Natucci de «La Notte» - ci guarda moribondo ma dritto. È il nonno che bombarda il nipotino di «io c’ero» e «senti questa». Il rigore che, il 6 ottobre 1957, al culmine del derby vinto per 1-0 dall’Inter, Ernesto «Tito» Cucchiaroni sparò in gradinata per via di un sordido limone che Benito Lorenzi detto Veleno aveva piazzato sotto il pallone, già sul dischetto. Arbitrava Concetto Lo Bello. Se ne accorsero tutti, dell’agrume canaglia. Tutti, tranne uno: il santo (e sbadato) tiratore.
O il motorino che, il 6 maggio 2001, gli ultràs dell’Inter rubarono a un tifoso dell’Atalanta e scaraventarono giù dal secondo anello. Era un Mbk Booster nero, prodotto dalla Yamaha, molto di moda tra gli adolescenti. Per fortuna, rimbalzò e atterrò in una balconata deserta.
O un comizio, addirittura. Quello del microfonato Rivera, da capitano del Milan, il 6 maggio 1979. C’era in ballo lo scudetto della stella, l’avversario era il Bologna, finì 0-0 e furono scudetto e stella, ma non è questo il punto. Molti tifosi avevano invaso e occupato un settore inagibile per lavori di ristrutturazione, Patti chiari: o smammate o non si gioca (con l’incubo dello 0-2 a tavolino), ammonì il Golden Boy caro a Oreste Del Buono. Sul «Corriere della Sera», Gianni de Felice, avrebbe chiosato: «Una sua parola vale più di cinquanta celerini con manganello ed elmetto».
O l’ultima del Grande Torino, prima della fatal Lisbona e della letal Superga. Il 30 aprile 1949, lo 0-0 strappato all’Inter - nonostante le defezioni di Virgilio Maroso, Giuseppe Grezar, Valentino Mazzola e al culmine di un’ordalia più di lotta che di governo - confermò il vantaggio in classifica (4 punti a 4 round dal termine) e «liberò » il viaggio in Portogallo. Varrà il titolo, comunque: il quinto consecutivo.
E dall’album di famiglia, ecco spuntare una manina de Diòs in largo anticipo sulla manona del Pibe messicano. Da Albione ad Albione, 13 maggio 1939: amichevole Italia-Inghilterra. Noi, i campioni del Mondo; loro, i maestri: 2-2. E «al fin della licenza », su cross di Gino Colaussi, altro che rovesciata, Silvio Piola: braccio proteso e sospeso, arbitro coperto, moccoli british e confessione «solo» in differita, anni dopo.
Il Signore degli anelli: uno, poi due e, da Italia ‘90, sciaguratamente tre. In un’orgia di imbarazzi e intrallazzi. Il Duomo, la Scala, «lui»: San Siro ora pro nobis.
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