Claudio Ranieri, 75 anni e un Leicester irripetibile

Dieci anni dopo quella Premier League, il capolavoro di Ranieri racconta ancora quanto possa contare capire una squadra prima di cambiarla

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Claudio Ranieri, 75 anni e un Leicester irripetibile

Paolo Marcacci/EdipressPaolo Marcacci/Edipress

Pubblicato il 20 ottobre 2026, 08:03 (Aggiornato il 20 ottobre 2026, 10:58)

Oggi Claudio Ranieri compie settantacinque anni. E ogni volta che il calendario ci riporta a questa data, tra le tante storie che si porta appresso il nome di uno dei più instancabili navigatori del nostro calcio, c'è quella, probabilmente irripetibile, che ci rammenta di quando il football mise da parte gerarchie, bilanci e pronostici pronunciati con la sicumera di chi non ha mai dovuto difendere un risultato al novantesimo. Nel 2016 quella storia ebbe una città, una squadra e un uomo: Leicester, il Leicester City, Claudio Ranieri.

Ranieri al Leicester: il peso dell’eterno secondo

Quando arrivò in Inghilterra, nell’estate del 2015, il suo nome si portava dietro una carriera lunga, certamente rispettabile ma anche disseminata di occasioni sfiorate. L’etichetta era quella del gentiluomo del calcio, dell’allenatore perbene, in un certo senso dell’eterno secondo: un allenatore che sapeva costruire, accompagnare, rimettere in ordine, ma al quale sembrava sempre mancare l’ultima pagina del romanzo o, come si dice a Roma, un soldo per fare la lira. Qualcuno accolse la sua nomina con scetticismo: il Leicester si era salvato per miracolo nella stagione precedente e aveva ambizioni che, tradotte nella lingua spietata del pallone, si condensavano nella necessità di restare in piedi. La Premier League, del resto, aveva altri padroni; contavano i soldi, le rose profonde, gli allenatori celebrati, le squadre che potevano permettersi di sbagliare una partita senza mettere in discussione il proprio destino. Esattamente come oggi. Il Leicester aveva un’altra ricchezza, meno appariscente, ossia un gruppo di giocatori che si riconosceva negli stessi limiti e nelle stesse possibilità: Jamie Vardy, che pochi anni prima correva dietro a un pallone nei campionati semiprofessionistici; Riyad Mahrez, talento da liberare; N’Golo Kanté, un motorino instancabile nel quale sembravano convivere due centrocampisti, poi i Wes Morgan, Schmeichel, Drinkwater, Albrighton. 

Il Leicester di Ranieri trovò il proprio calcio

Ranieri non inventò nulla, perché non ne aveva il tempo, dunque tentò di fare, riuscendoci, qualcosa di più difficile: capire quale potesse essere il calcio ideale per quella squadra. Nacque così una stagione caratterizzata da difesa compatta, ripartenze fulminanti, coraggio senza vanità, sacrificio senza retorica: il Leicester di Ranieri non aveva bisogno di assomigliare alle grandi. Doveva soltanto essere più fedele di loro alla propria identità.

“Dilly ding, dilly dong”: la leggerezza di una corsa al titolo

Intanto Ranieri sorrideva. Con quella leggerezza che qualcuno scambiava per ingenuità, distribuiva battute, parlava di pizza, inventava premi per i giocatori e raccontava di una squadra che doveva divertirsi. Il celebre «dilly ding, dilly dong», il campanello immaginario con cui richiamava tutti all’attenzione, finì per diventare la colonna sonora di un’impresa. Era il suo modo di togliere peso alla pressione, di convincere uomini normali che l’impossibile, almeno per una domenica, poteva essere un mestiere come un altro. Poi, arrivava la domenica successiva: la stagione avanzava e la favola cominciava a perdere le virgolette. Il Leicester segnava, vinceva, continuava a resistere. Vardy stabiliva il record di undici partite consecutive in gol in Premier League; Mahrez cesellava linee di passaggio e pennellava assist; Kanté copriva distanze che sembravano misurate con un’unità di misura diversa. Le grandi inciampavano, il Leicester no, motivo per cui a un certo punto smise di essere una sorpresa. A quel punto il problema non era più capire se potesse vincere: era capire come potesse non vincere.

Il Tottenham inseguiva, l’Arsenal aveva già lasciato per strada occasioni preziose, pure il Manchester City che apparteneva a un altro universo economico. Ogni turno di campionato portava punti a Ranieri e toglieva alibi agli altri. Il Leicester continuava a stare lì, davanti a tutti, con la compostezza di chi non si è accorto di aver violato una consuetudine. 

2 maggio 2016: il Leicester cambia la storia della Premier League

2 maggio 2016, nell'eterno presente dei momenti memorabili: Il Chelsea ferma il Tottenham sul 2-2 a Stamford Bridge; la matematica si arrende alla più folle delle opinioni: il Leicester è Campione d’Inghilterra per la prima volta nella sua storia. Il titolo conquistato lontano dallo stadio, senza un fischio finale da aspettare, come se il destino avesse deciso di bussare alla porta invece di entrare dal tunnel degli spogliatoi.

Quella Premier League rimane una delle più straordinarie imprese e delle più incredibili sorprese della storia dello sport; non perché abbia dimostrato che i soldi non contano: contano eccome, e il calcio non ha smesso di ricordarcelo, però al tempo stesso ha dimostrato che non sono l’unica cosa che conta. Un allenatore divenuto timoniere, condottiero, psicanalista capace di riconoscere il momento in cui la prudenza deve lasciare spazio al coraggio. Ranieri aveva passato una carriera a sentirsi dire che gli mancava qualcosa; a Leicester, per una stagione irripetibile, scoprì che forse non gli mancava niente: era soltanto arrivato il momento giusto, nel posto giusto, con gli uomini giusti.

Il 20 ottobre gli anni si aggiungono alla sua storia. Ma il tempo, con Claudio Ranieri, ha un debito che non riuscirà mai a saldare del tutto. Perché quel Leicester non fu soltanto una squadra campione, ma una crepa nel muro delle certezze, una corsa contro la logica, una lezione impartita senza alzare la voce; soprattutto, fu la dimostrazione che, qualche volta, il calcio riesce ancora a sorprendere chi crede di conoscerlo del tutto.

"Dillo ding, dilly dong": quel campanello suona ancora, come quando gli scommettitori folli suonarono alla porta dei bookmakers che avevano quotato lo scudetto del Leicester cinquemila contro uno. 

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