Abituati a Wembanyama

In Guerin Basket i record NBA inflazionati, l'università di Niang, la vita della Zandalasini e il caso Christon
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Abituati a Wembanyama
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Stefano OlivariStefano Olivari

Pubblicato il 5 novembre 2026, 14:26 (Aggiornato il 5 novembre 2026, 17:42)

Ci sono serate in cui Victor Wembanyama sembra appartenere a un'altra categoria di esseri viventi. Quella contro Dallas rende l’idea: 52 punti, 24 rimbalzi e 8 stoppate, con i San Antonio Spurs vittoriosi per 112-111. Due nuovi primati personali, sia per punti sia per rimbalzi, in una partita che entra direttamente nella storia della NBA. Per dare una dimensione  all'impresa: Wembanyama è diventato il primo giocatore da oltre mezzo secolo a mettere insieme almeno 50 punti, 20 rimbalzi e 5 stoppate in una partita. L'unico precedente comparabile era quello di Bob McAdoo, nel 1974. Insomma, pur asteriscando le dopatissime statistiche della NBA contemporanea quella del francese è stata davvero un’impresa, perché le condizioni che valgono per lui valgono anche per altri grandi realizzatori. Un dato interessante: nelle prime settimane della stagione 2026-27 la media realizzativa delle squadre NBA è di 113,4 punti, contro i 115,6 della stagione precedente, non è quindi che si segni di più. Poi è chiaro che il Brunson della situazione faccia scattare l’identificazione delle folle più di un 2,24 che sembra costruito in laboratorio.  

È iniziata da poco una delle stagioni NCAA più interessanti della storia, almeno dal punto di vista dei giocatori italiani già affermati, come Saliou Niang (LSU) e Sarr (secondo anno a Duke), e di quelli in rampa di lancio: da Suigo (Villanova) a Marangon (Providence), da Torresani (San Diego State) a Garavaglia (Rutgers), da Lonati (St. Bonaventure) ad Assuii (Florida State), da Perez (Baylor) a Pozzato (Xavier) a tanti altri che fra qualche anno, senza volare troppo con la fantasia, potrebbero trovare un posto in Serie A con un impiego maggiore rispetto ai troppi agita-asciugamani di oggi. Le università statunitensi sono quindi diventate quel campionato di perfezionamento invocato da tanti in Italia e mai nato, con conseguente perdita (o la classica esplosione tardiva a 26-27 anni) non dei fenomeni o dei potenziali campioni tipo Niang e Suigo, ma della classe media. Perché il discorso demagogico del genere ‘Facciamo giocare gli italiani’ si può anche rovesciare: quanti degli italiani NCAA sarebbero da quintetto base in Serie A? Va anche detto che se i college lavorano per noi, visto che ci sono ben 34 italiani soltanto in Division 1, noi lavoriamo per i college visto che solo l’Olimpia Milano ha nella NCAA 8 giocatori con un passato nel proprio settore giovanile.   

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