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Non era la prima volta che la Supercoppa usciva dai confini italiani. Siamo già andati a incassare a Washington, a New York, tre volte a Pechino e persino nella Libia di Gheddafi, quando ancora non era un pericolo, ma uno dei “nostri”. E il luogo della manifestazione è stato spesso al centro di polemiche. Le più veementi restano quelle dello scorso anno, quando la Lazio premeva per andare a Pechino e la Juve per rimanere in Italia: risultato-contentino, si giocò in Italia ma in casa della Lazio (cioè della squadra vincitrice della Coppa Italia e non di quella scudettata), con garanzia di un guadagno pari a quello che avrebbe garantito il mercato asiatico. Garanzia che poi fu rivista, quando la Juve presentò ricorso sulla divisione dei guadagni. Tutto molto italiano, insomma. A Doha è andata in scena un’edizione posciadesca del trofeo, tra giocatori che ai loro gol hanno mostrato gli attributi (Higuain dopo il 2-2 e Gargano dopo il suo rigore: complimenti per la classe), un portiere (Rafael) che si è messo a fare le mossette alla Dudek o alla Grobbelaar, ma solo per due-tre tiri e senza mai ipnotizzare il tiratore (nei due rigori parati, si era mantenuto composto; nel palo di Tevez, dove è invece avvenuto il balletto, è stato comunque spiazzato) e un contorno muto di un pubblico più incuriosito che partecipe (speriamo che per i Mondiali del 2022 i tifosi del Qatar trovino nel frattempo la passione, perché se questa è un’anticipazione di quello che ci aspetta, avremo un problema-vuvuzela al contrario: là disturbava il rumore, qua il silenzio). Il tutto al comodissimo orario delle 18.30 di un un giorno lavorativo, perché gli sgarbi ai tifosi, si sa, non debbono mai venir meno. Mancava solo una cosa per dare un tocco più tamarro al tutto: la Juventus sarebbe dovuta scendere in campo con la maglia verde e il Napoli con la casacca-jeans, visto che quella mimetica è stata ormai mandata in soffitta. Strano davvero che si sia rispettata la tradizione, quando si poteva aggiungere un ulteriore gesto giustificabile con il “bisogna sondare i nuovi mercati”. Guardando ai 120’ più rigori, la partita è stata sicuramente divertente, più del monologo bianconero della scorsa stagione e al pari del frizzante 4-2 (dopo i supplementari) di Pechino di due estati fa, quando si opposero ancora Juventus e Napoli, ma con vittoria della compagine di Conte. Carlos Tevez e Gonzalo Higuain, due dei giocatori più attesi in Qatar (insieme a Buffon e Pirlo) hanno trasformato la gara in una sorta di Supercoppa d’Argentina, trascinando i loro club a suon di doppiette e dando vita a una gara combattuta fino all’ultimo. L'Apache ha poi fallito il suo rigore, il Pipita ha invece risposto presente anche dagli undici metri. La Juve è stata sempre avanti, sia nei 90’, sia nei 30’ di extratime (nei quali è stata ripresa a tre minuti dalla fine) e financo ai rigori, dove ha sprecato due match-point. La gara più volte compromessa e alla fine ribaltata, suona al Napoli come una melodia, mentre lascia l’amaro in bocca ad Agnelli, visto sprofondare in un divano dai bordi dorati. Il trofeo torna al San Paolo, ventiquattro anni dopo l’ultimo successo, ottenuto anche in quel caso contro la Vecchia Signora (il famoso 5-1 rifilato da Maradona&co. all’undici di Maifredi). Allegri manca il primo obiettivo, nonostante un Buffon eccezionale, che ha tenuto in piedi la sua squadra durante il match e che ai rigori ha parato tre tiri, uno in più del collega Rafael. Chissà, forse con la vittoria, il portiere della nazionale, si sarebbe scrollato di dosso la nomea di portiere poco incline a parare i rigori. Che non corrisponde al vero, ma che come tutti i luoghi comuni, fatica a essere scardinato. La vittoria del Napoli invece, manda in copertina, oltre a Benitez e Higuain, Rafael Cabral, il Dudek a metà. Giovanni Del Bianco @g_delbianco