Italia-Austria: parla De Sisti, il bomber che non ti aspetti

Italia-Austria: parla De Sisti, il bomber che non ti aspetti

L’ex centrocampista di Roma e Fiorentina con la Nazionale punì gli austriaci nelle qualificazioni agli Europei del 1972: «Erano tosti, noi eravamo reduci dal successo del 1968
e la finale mondiale del 1970. Oggi rivedo quello spirito vincente»

Francesco Balzani/Edipress

26 giugno

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«Sarà che ho quasi 80 anni ma quando mi fate parlare di certe partite mi scende la lacrima». Si emoziona Giancarlo De Sisti. E sono emozioni sincere. Si commuove a ricordare le imprese in azzurro e non solo. Predestinato “Picchio”. Da calciatore, prima, e da allenatore, poi. Il centrocampista ha rappresentato tra il 1960 e il 1990 l’immagine della persona seria, del calciatore professionista capace di vincere uno storico scudetto a Firenze e di arrivare con l’Italia sul tetto d’Europa per la prima e unica volta (finora) della sua storia. Un "regista di centrocampo tutto concretezza e pochi svolazzi” come lo definì Carlo Felice Chiesa. Una bandiera a Roma come a Firenze dove sfiorò il tricolore pure da allenatore. Un’icona azzurra, tanto nell’Europeo ’68 quanto nel Mondiale messicano del 1970, fino alla finale persa col Brasile. Sono quattro i gol realizzati in Nazionale, due proprio all’Austria nelle qualificazioni all’Europeo del 1972.

Oggi Italia-Austria, lei ha segnato due gol proprio agli austriaci il 31 ottobre 1970 e il 20 novembre 1971. Cosa ricorda di quelle giornate?

«Sono onorato che lo ricordate visto che ho segnato solo quattro gol con l’Italia. Non ero certo un goleador, pare ce l’avessi con gli austriaci (ride, ndr). Ricordo agrodolce perché nella prima sfida ci fu il bruttissimo infortunio di Gigi Riva che si ruppe una gamba dopo una brutta entrata e poi non è bastato per arrivare alla fase finale perché abbiamo perso in una sorta di preliminari col Belgio. Era un avversario tosto quell’Austria ma anche questa lo è».

Domanda d’obbligo: l’Italia può ripetere l’impresa del 1968? 

«Le premesse ci sono. Anche la nostra Italia, come quella attuale, veniva da un fallimento: la nostra aveva perso con la Corea al mondiale inglese, mentre quella di oggi arriva dalla mancata qualificazione ai Mondiali in Russia. Entrambe hanno in comune la fame di vincere e hanno l’entusiasmo dei tifosi. Mi sembra un gruppo molto forte, in parte mi ricorda come unione d’intenti quello del 1982. Di sicuro è la Nazionale che ha giocato meglio fin qui».

La sua Italia aveva rotto un digiuno lungo 30 anni. Qual è il primo ricordo che le viene in mente di quei giorni?

«Si giocava a casa mia, a Roma ed ero l’unico romano di quella squadra. Ho chiesto i biglietti ai miei compagni di Nazionale per far entrare alla finale parenti e amici: sugli spalti c’era mezzo Quadraro e tutti scandivano il mio nome... È stato bellissimo, ma chi cavolo se lo immaginava che potevo diventare Commendatore al Merito e vincere una finale europea. Ho ricordi splendidi. Non dimenticherò mai quella fiaccolata sugli spalti, il giorno della finale ripetuta contro la Jugoslavia. Fu una cosa spontanea da parte della gente in tribuna, in quel momento capimmo che stavamo facendo la storia anche per loro visto che il ’68 è stato un anno particolare anche a livello sociale e politico. Non è retorica, ma la nostra Nazione vive di questo. Pensa che io due anni prima di vincere quell’Europeo ero in mezzo all’alluvione di Firenze ad aiutare le persone. C’era un contatto incredibile».

Contro la Jugoslavia lei giocò la “seconda” finale. Fu una delle mosse vincenti di Valcareggi?

«Valcareggi era un genio. Cambiare cinque calciatori rispetto alla prima fu la mossa vincente contro quella che era considerata il Brasile d’Europa e non tanto perché eravamo freschi, ma perché aveva capito come batterli. Loro ne cambiarono solo uno. Io ero uno dei cinque, e fu la mia terza presenza in Nazionale. Fino ad allora non avevo fatto benissimo in azzurro. Ma non potevo deludere i miei tifosi».

Era una Nazionale fortissima: Riva, Rivera, Mazzola, Bulgarelli. Solo il Brasile di Pelé due anni dopo poteva fermarla. Si poteva fare di più?

«Una Nazionale formidabile guidata da un grande tecnico. Mi sento di aggiungere Burgnich. Se non lo conoscevo nemmeno un caffè insieme ci avrei preso, perché se gli girava male prendevi ceffoni. Ricordo che doveva marcare un certo Dzajic in finale, uno che poi arriverà secondo per il Pallone d’Oro. Quante se ne sono date. C’era un grande spirito di sacrificio da parte di tutti. Il rammarico c’è ma arrivammo stanchi in finale dopo il 4-3 alla Germania».

La Partita del Secolo è il ricordo più bello?

«Assolutamente sì, ancora oggi mi emoziona ripensarci. Era questione di un attimo tra andare in Paradiso e sprofondare all’Inferno. Ma ti rendi conto che partita ho giocato? Poi metto l’Europeo ma ovviamente non dimentico lo scudetto a Firenze che è qualcosa di magico. Senza contare che sono nella Hall of Fame sia della Fiorentina che della Roma. Sono grandi traguardi». 

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