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Francesco Moser, il ragazzo delle vigne che conquistò il mondo
Dalle strade del Trentino alle grandi imprese che hanno segnato la storia del ciclismo: il racconto di un campione che ha saputo vincere, innovare e restare sempre fedele a se stesso

Vincenzo Lo Presti/Edipress
Pubblicato il 19 giugno 2026, 15:02
Una leggenda del ciclismo italiano, un pezzo di storia nazionale, un simbolo capace di attraversare generazioni diverse senza perdere fascino, autorevolezza e quella ruvida autenticità che lo ha sempre contraddistinto. Francesco Moser è tutto questo e tanto altro. Per chi ha vissuto gli anni Settanta e Ottanta, il suo nome richiama immediatamente immagini indelebili: le fughe interminabili, le volate potenti, il duello infinito con Giuseppe Saronni, le classiche del Nord conquistate con la forza di un aratro e la determinazione di un contadino che conosce il valore della fatica. Per chi è arrivato dopo, è diventato il racconto tramandato dai padri e dai nonni, una figura quasi mitologica che appartiene a un ciclismo lontano ma mai dimenticato.

Francesco Moser e il ciclismo eroico degli anni Settanta e Ottanta
Nato a Palù di Giovo il 19 giugno 1951, Francesco Moser è cresciuto tra le montagne e i vigneti del Trentino, in una famiglia di ciclisti dove il lavoro, però, veniva prima di tutto. Forse è proprio lì che si è formato il carattere che lo avrebbe reso uno dei corridori più forti e riconoscibili della sua epoca. La sua carriera, iniziata a 18 anni, racconta numeri impressionanti. Con 273 vittorie da professionista, è a tutt'oggi il ciclista italiano con il maggior numero di successi, precedendo Giuseppe Saronni (193) e Mario Cipollini (189), mentre è terzo assoluto a livello mondiale alle spalle di Eddy Merckx (426) e Rik Van Looy (379) e davanti a Rik Van Steenbergen (270) e Roger De Vlaeminck (255). Nel suo palmarès tre Parigi-Roubaix consecutive (1978, 1979 e 1980), un Giro d’Italia (1984), un Campionato del Mondo (1977) e decine di successi che hanno segnato un'epoca. Ma ridurre la straordinaria carriera di Moser a freddi numeri sarebbe un errore. Perché il suo ciclismo era prima di tutto una questione di presenza. Quando era in corsa, si vedeva. Quando attaccava, lo si percepiva. Quando perdeva, lo faceva senza nascondersi. In un'epoca in cui il ciclismo era ancora fatto di polvere, pioggia, strade imperfette e imprese impossibili, lo Sceriffo, soprannominato così per la capacità innata di guidare il gruppo durante la corsa, rappresentava la forza della realtà contro la retorica.
Francesco Moser e il record dell'ora che cambiò il ciclismo
Se esiste però un momento destinato a consegnarlo definitivamente alla storia dello sport mondiale, quello è il record dell'ora di Città del Messico del 1984, quando sconfisse Eddy Merckx, all’epoca il più forte ciclista del mondo. Quella sfida non fu soltanto un'impresa atletica, fu una rivoluzione culturale. Moser intuì prima di molti altri che il ciclismo stava entrando in una nuova era, fatta di ricerca scientifica, aerodinamica, tecnologia e innovazione. Per qualcuno fu una rottura con la tradizione, per altri una visione anticipatrice del futuro. Probabilmente fu entrambe le cose. A distanza di oltre quarant'anni, resta l'immagine di un uomo che sfidava il cronometro in solitudine, piegato sul manubrio come se stesse correndo contro il tempo stesso. Una fotografia che appartiene ormai alla memoria collettiva dello sport italiano.

Francesco Moser, il campione innamorato della sua terra
La cosa più sorprendente di Francesco Moser, però, è che non ha mai cercato di trasformarsi in qualcosa di diverso da ciò che era. Mentre altri campioni hanno inseguito i riflettori, lui è tornato a casa. È rimasto legato alle sue vigne, alle sue montagne, ai suoi ritmi. Ha continuato a raccontare il ciclismo con la schiettezza di sempre, senza costruirsi personaggi né maschere. Nei suoi occhi si legge ancora la stessa curiosità di chi ama il proprio sport. E quando parla delle nuove generazioni, dei campioni di oggi o delle grandi corse, lo fa con l'autorevolezza di chi non ha bisogno di ricordare continuamente ciò che ha vinto. Perché la sua storia parla per lui. Le sue imprese appartengono ormai alla storia, ma la sua figura continua a vivere nel presente, nelle immagini in bianco e nero custodite negli archivi, nei racconti degli appassionati, nelle domeniche trascorse davanti alla televisione a seguire una corsa, nelle strade che ancora oggi portano il segno delle sue pedalate.
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