Fabio Capello, dal campo alla panchina: storia di un uomo vincente 

Mediano elegante e completo, da tecnico illuminato ha costruito una carriera incredibile vincendo scudetti e trofei internazionali. Il “Milan degli Invincibili” e la Roma 2001 i suoi capolavori

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Fabio Capello, dal campo alla panchina: storia di un uomo vincente 

Vincenzo Lo Presti/EdipressVincenzo Lo Presti/Edipress

Pubblicato il 17 giugno 2026, 17:41

Ottant'anni e non sentirli. O forse sentirli tutti. Perché in quelle otto decadi c'è una fetta importante della storia del calcio italiano ed europeo. Da giocatore elegante e intelligente a tecnico vincente e rigoroso, Fabio Capello ha attraversato generazioni diverse restando sempre fedele a se stesso: concreto, esigente, competitivo. La sua è una storia che parla di calcio in tutte le sue sfumature. Una storia iniziata nei campi di provincia e arrivata fino alle notti di Champions League, alle panchine più prestigiose del continente e alle sfide che hanno segnato un'epoca.

 

 

 

 

Fabio Capello e l’esordio con la Spal

Nato a Pieris, frazione di San Canzian d’Isonzo, il 18 giugno 1946, Capello cresce in una famiglia dove lo sport rappresenta una componente fondamentale della vita quotidiana. Fin da ragazzo mostra qualità tecniche fuori dal comune e una sorprendente maturità tattica. L'esordio nel calcio professionistico arriva non ancora maggiorenne (aveva 17 anni e 285 giorni per l’esattezza il 29 marzo 1964 quando debuttò in un Sampdoria-SPAL 3-1), con la SPAL, una delle società che in quegli anni rappresentavano una fucina di talenti. È lì che il giovane Fabio comincia a farsi notare per la sua capacità di leggere il gioco prima degli altri, una caratteristica che diventerà il marchio di fabbrica della sua carriera. Non è un vero fantasista, ma possiede eleganza, senso della posizione e una qualità tecnica che gli consente di interpretare il ruolo di centrocampista con straordinaria completezza.

 

 

 

 

Dalla Roma alla Juve: Capello centrocampista moderno

 

La svolta arriva nel 1967 quando la Roma decide di puntare su di lui. Nella Capitale Capello diventa rapidamente uno dei punti di riferimento della squadra giallorossa e conquista il cuore dei tifosi. Con la maglia romanista vince la Coppa Italia del 1969, lasciando intravedere quelle doti di leadership che lo accompagneranno per tutta la carriera. Il suo calcio è fatto di equilibrio, tempi giusti e personalità. Non cerca la giocata ad effetto, ma quella efficace. Nel 1970, insieme a Landini e Spinosi, viene ceduto dall’allora presidente Alvaro Marchini alla Juve scatenando l’ira dei supporters capitolini. La Signora è la squadra che in quel momento rappresenta l'élite del calcio italiano e Capello si inserisce immediatamente in un gruppo ricco di campioni. A Torino conquista tre scudetti (1972, 1973 e 1975) e diventa uno dei centrocampisti più completi del panorama europeo. In bianconero affina ulteriormente la propria mentalità vincente: la Juve degli anni Settanta vive di disciplina, organizzazione e ambizione, elementi che il friulano assorbe e farà propri anche nella successiva carriera da allenatore.

 

 

 

 

Il Milan e la Nazionale: l'ultimo capitolo in campo

 

Nel 1976 arriva il trasferimento al Milan. Con i rossoneri conquista una Coppa Italia (1976-77) e lo scudetto della stella (1978-79) concludendo una carriera da calciatore ricca di successi. In Nazionale, invece, colleziona 32 presenze e 8 reti. Tra queste ce n'è una destinata a entrare nella storia: il gol segnato a Wembley contro l'Inghilterra il 14 novembre 1973, nella prima vittoria degli azzurri in Terra d’Albione. Un momento simbolico che ancora oggi occupa un posto speciale nella memoria collettiva del calcio italiano. Quando lascia il calcio giocato nel 1980, Capello ha già costruito la reputazione di uomo serio, competente e profondamente innamorato del gioco.

 

 

 

 

Fabio Capello allenatore: la nascita di un vincente

La seconda vita calcistica di Capello comincia dietro una scrivania. Al Milan ricopre diversi ruoli dirigenziali prima che il destino gli offra l'occasione decisiva: nel 1991, dopo l'addio di Arrigo Sacchi, destinato alla Nazionale, Silvio Berlusconi gli affida la panchina rossonera. Molti addetti ai lavori sono scettici e ritengono che Capello non possieda il carisma del suo predecessore e abbia poca esperienza da allenatore di alto livello. La risposta, però, arriva sul campo.

 

 

 

 

Il Milan degli Invincibili e la Champions League del 1994

Quello costruito da Fabio diventa uno dei cicli più vincenti della storia del calcio. Il Milan domina in Italia e in Europa con una squadra capace di coniugare organizzazione, qualità e pragmatismo. Tra il 1991 e il 1996 arrivano quattro scudetti e una lunga serie di risultati utili (58 gare di campionato per l’esattezza) che alimentano il mito degli “Invincibili”. La notte più luminosa resta quella del 18 maggio 1994 quando ad Atene, contro il Barcellona di Johan Cruijff, sulla carta favorito, il Diavolo offre una prestazione perfetta e si impone con un roboante 4-0 (doppietta di Massaro e reti di Savicevic e Desailly). È una delle finali più sorprendenti e memorabili della storia della Champions League. In quella serata c'è tutta la filosofia calcistica di Capello: preparazione maniacale, organizzazione e capacità di esaltare il collettivo. La squadra si rifà dal ko all’ultimo atto dell’anno prima contro il Marsiglia mentre la stagione seguente cadrà ancora a un passo dalla gloria perdendo di nuovo 1-0, ma stavolta contro l’Ajax. Nel suo ciclo milanista mette in bacheca anche tre Supercoppe italiane (1992, 1993 e 1994) e una europea (1994).

 

 

 

 

Le sfide con Real Madrid, Roma e Juve

 

Dopo il quinquennio rossonero arriva la chiamata del Real Madrid. Anche in Spagna lascia immediatamente il segno conquistando la Liga nel 1997 e venendo ribattezzando Don Fabio. Nonostante ciò torna subito al Milan ma, stavolta, la seconda esperienza al Diavolo è al di sotto delle aspettative. Per rilanciarsi Capello accetta una grande sfida, quella di guidare la Roma dalla panchina. E qui che vive una delle avventure più romantiche della sua carriera: nel 2001 conduce i giallorossi allo scudetto, interrompendo un'attesa lunga diciotto anni. Per una città che vive il calcio come una religione, quel trionfo assume i contorni dell’epica. Il friulano riesce a creare una squadra forte e spettacolare attorno a Francesco Totti, Gabriel Omar Batistuta e Vincenzo Montella, punte di diamante di una formazione che annovera anche nomi come Aldair e Samuel in difesa, Cafu e Candela sulle fasce e Tommasi ed Emerson in mezzo al campo. Ancora oggi quel gruppo occupa un posto speciale nell'immaginario dei tifosi romanisti. Nel 2004, come da calciatore, passa alla Juve. A Torino conquista due campionati consecutivi, uno revocato e uno assegnato all’Inter in seguito alle vicende di Calciopoli. Un capitolo controverso che non cancella però il valore tecnico del lavoro svolto sul campo. Concluso il biennio bianconero torna al Real Madrid e centra di nuovo la vittoria in Liga (2007) a dieci anni esatti dalla prima affermazione (1997).

 

Fabio Capello commissario tecnico

 

Dopo aver vinto tantissimo con i club, Capello decide di misurarsi con il ruolo di commissario tecnico. Guida l'Inghilterra dal 2008 al 2012, ottenendo buoni risultati nelle qualificazioni ai grandi tornei ma senza riuscire a compiere il salto definitivo nelle fasi finali. Successivamente allena la Russia dal 2012 al 2015, vivendo un'altra esperienza complessa ma significativa. Prima di ritirarsi definitivamente e diventare un apprezzato opinionista televisivo, nonché ambasciatore del calcio nel mondo, si regala un ultimo fremito in Cina allenando tra il 2017 e il 2018 lo Jiangsu Suning. Il canto del cigno di una storia fatta di campi polverosi, stadi pieni, notti europee e trofei sollevati al cielo. Una storia che racconta molto più di una carriera: racconta un modo di vivere il calcio. E forse è proprio questa l’eredità più preziosa lasciata da Fabio Capello: aver dimostrato che il talento può vincere le partite, ma che sono il carattere, la disciplina e la passione a costruire le leggende.

 

 

 

 

 

 

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