Eugenio Bersellini, il Sergente di Ferro che costruì l’Inter dello scudetto e la Samp dei miracoli

A novant’anni dalla nascita, il ritratto di Eugenio Bersellini: l’uomo dello scudetto dell’Inter, della prima Samp vincente e di un calcio costruito sul sacrificio

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Eugenio Bersellini, il Sergente di Ferro che costruì l’Inter dello scudetto e la Samp dei miracoli

Paolo Marcacci/EdipressPaolo Marcacci/Edipress

Pubblicato il 9 giugno 2026, 18:18

Oggi il calcio corre più veloce, ma fatica molto meno per sporcarsi le mani. È forse per questo che figure come la sua sembrano venire da un’altra civiltà sportiva: uomini che non volevano essere amati subito, ma ricordati dopo. C’erano allenatori che entravano negli spogliatoi come impiegati del pallone, e altri che sembravano usciti da una caserma di frontiera, con le scarpe sporche e gli occhi di chi aveva imparato la disciplina prima ancora del calcio. Eugenio Bersellini apparteneva alla seconda specie.

Non era elegante come i teorici del gioco, non aveva il fascino universitario dei rivoluzionari della panchina. Era un uomo d’Appennino, nato a Borgo Val di Taro il 10 giugno del 1936, duro come certe albe emiliane, uno che parlava poco e pretendeva molto. Nel calcio italiano degli anni Settanta e Ottanta, dove il talento spesso cercava indulgenza, Bersellini portò invece il culto della fatica.

 

 

 

 

Eugenio Bersellini, il Sergente di Ferro del calcio italiano

Lo chiamavano “il sergente di ferro”. E già il soprannome racconta tutto: allenamenti massacranti, ripetute, pressing, sudore. Ma sarebbe ingiusto fermarsi lì. Perché Bersellini non era un caricaturale aguzzino del pallone; era invece un pedagogo ruvido, convinto che il calcio fosse soprattutto rispetto del mestiere. I suoi giocatori lo temevano prima di capirlo, e lo capivano davvero soltanto anni dopo.  

 

 

 

 

Aveva iniziato quasi in silenzio, nel Lecce, appena smesso di giocare. Poi il Como, il Cesena e la prima Serie A conquistata con la tenacia degli uomini che non si sentono arrivati mai. Bersellini saliva di categoria come salgono certi muratori sulle impalcature: senza prosopopea e senza guardare mai in basso.  

La prima avventura alla Sampdoria, dal 1975 al 1977, fu invece un romanzo amaro. Una salvezza sofferta, poi una retrocessione. Genova lo vide severo e malinconico, quasi in lotta contro una squadra che non riusciva ancora ad avere il carattere che lui pretendeva. Eppure, anche lì incise un solco profondo: l’idea che una squadra dovesse correre insieme, soffrire insieme, diventare corpo unico prima ancora che sistema di gioco.  

 

 

 

 

L’Inter dello scudetto 1980: il capolavoro di Bersellini

Quando arrivò l’Inter, Bersellini diventò davvero Bersellini. Questa frase, a lui che compirebbe novant'anni oggi, sembrerebbe una boiata. La Beneamata di fine anni Settanta non era una squadra da copertina. Era un’orchestra operaia, con i polmoni di Oriali, le ispirazioni intermittenti di Beccalossi, il fiuto feroce di Altobelli in area. Bersellini prese quei giocatori e li trasformò in una truppa compatta, quasi militaresca nella solidarietà agonistica. Non cercava il calcio estetico: cercava il controllo, il sacrificio, la responsabilità reciproca.

Nel 1978 arrivò la Coppa Italia. Nel 1980 lo scudetto, il dodicesimo dell’Inter, l’ultimo vinto da una rosa interamente italiana prima della riapertura totale agli stranieri. Quella squadra aveva il volto del suo allenatore: spigolosa, resistente, concreta. Non ti seduceva; ti consumava. Bersellini stava lì, in panchina, con quell’aria da uomo che avrebbe preferito un allenamento sotto la pioggia a qualsiasi celebrazione mondana. I suoi calciatori lo chiamavano anche “la tigre”, ma dietro il cipiglio si nascondeva una forma antica di umanità. Altobelli disse di dovergli tutto. Altri raccontarono che sapeva capire gli uomini prima ancora dei giocatori.  

Dopo Milano arrivò la Torino granata, esperienza intensa, anche se meno luminosa. Il Toro di inizio anni Ottanta viveva ancora all'ombra enorme del Grande Torino e nell'eco dello scudetto del '76, unico dell'era moderna. Variegate nostalgie granata. 

Bersellini provò a dare struttura e disciplina, ma senza riuscire a trasformare davvero la squadra in una pretendente stabile al vertice. Restò però amatissimo da una certa parte del tifo: quella che riconosce negli uomini severi una forma di sincerità.  

 

 

 

 

La Sampdoria di Mancini e Vialli: l’eredità meno raccontata

Poi, ancora Genova, di nuovo la Sampdoria. Ma stavolta era un’altra storia. C’era il presidente Paolo Mantovani, c’erano giovani destinati a diventare leggenda: Roberto Mancini, Gianluca Vialli; c'era un esperto corsaro scozzese di centrocampo, Graeme Souness. Bersellini fu uno dei primi architetti della ventura Samp dei miracoli. Nel 1985 conquistò la prima Coppa Italia della storia blucerchiata, battendo il Milan in finale. Una pietra di posa. 

È, molto probabilmente, questo il suo capolavoro meno raccontato: aver preparato il terreno emotivo e atletico della Samp che poi, con Boskov, sarebbe diventata campione d’Italia. Bersellini insegnò a quei giocatori il peso della professionalità. Li temprò. Li rese adulti nel calcio.

Passò poi per Fiorentina, Avellino 1912, Ascoli, Bologna. Panchine diverse, spesso difficili; piazze a volte roventi in un calcio che stava cambiando pelle. Arrivavano gli anni del marketing, delle televisioni, dei procuratori moderni. Bersellini sembrava appartenere a un’altra epoca: quella in cui l’allenatore era ancora un educatore severo, quasi un capofamiglia.

Persino la sua ultima traiettoria — la Libia, i campi lontani dal grande calcio europeo, uno scudetto vinto con l’Al-Ittihad Tripoli — somiglia a certe chiusure da romanzo di provincia italiana: dignitose, periferiche, senza bisogno di applausi.  Quando morì, nel 2017, molti parlarono dei suoi trofei. Il vero lascito di Bersellini in realtà non stava nella bacheca. Stava nel modo in cui aveva attraversato il calcio: senza inchinarsi alla moda, senza diventare personaggio, senza mai tradire la sua idea quasi contadina del lavoro.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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