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Quando il calcio divise il Río de la Plata: le conseguenze della finale del 1930
Uruguay e Argentina si fronteggiarono il 30 luglio in una partita dai toni molto aspri che ebbe ripercussioni anche fuori dal rettangolo di gioco

Paolo Valenti/Edipress
Pubblicato il 3 giugno 2026, 15:51
Il 30 luglio 1930 l'Uruguay conquistò il primo campionato mondiale di calcio battendo l'Argentina per 4-2 davanti a uno Stadio del Centenario stipato in ogni ordine di posto. Fu una vittoria storica, che alimentò tensioni che andarono in continuità con le vicende che si erano sviluppate sul terreno di gioco, superandole.
In realtà, i problemi tra Uruguay e Argentina non nacquero in quella sera di luglio. Le due Nazionali si erano già affrontate più di cento volte prima di quella finale mondiale, in un derby che, progressivamente, aveva generato una feroce rivalità tra le due rappresentative, che da quando il calcio era sbarcato in Sudamerica, si contendevano l'egemonia del continente. Le due squadre si erano incontrate nel 1928 in un’altra finale, quella delle Olimpiadi di Amsterdam (il primo derby giocato fuori dal Sud America): anche lì si era imposto l’Uruguay e già quella volta il post-partita fu turbolento, con i giocatori che si incontrarono a uno spettacolo nel cabaret "El Garrón", a Parigi, e terminarono la serata con una rissa.
Le cronache dell'epoca raccontano che anche nei giorni precedenti la finale, il nervosismo era palpabile. La delegazione argentina visse il soggiorno in Uruguay come un vero e proprio assedio. I calciatori dell'Albiceleste denunciarono sistematici tentativi di intimidazione volti a minare la loro stabilità emotiva. Francisco Varallo, in campo il giorno della finale, riferì che il ritiro argentino era costantemente circondato da folle di tifosi locali che intonavano cori e producevano schiamazzi notturni per impedire il riposo dei giocatori. Questa sorta di accerchiamento nei confronti dell’Argentina si era manifestato anche durante le partite dell’Albiceleste, quando i tifosi uruguaiani erano presenti sugli spalti per lanciare oggetti e insultare gli avversari, tanto che allo Stadio del Centenario, prima di entrare per assistere alla finale, vennero imposti severi controlli di sicurezza per evitare che i tifosi portassero armi di vario tipo. Che, in effetti, furono sequestrate in gran quantità.

I timori dell’arbitro
La situazione ambientale era tale che l'arbitro designato per dirigere la finale, il belga John Langenus, accettò l'incarico solo due ore prima dell'inizio dopo aver ottenuto garanzie straordinarie: un'assicurazione sulla vita, una scorta di poliziotti e una nave pronta a portarlo via da Montevideo immediatamente dopo la partita. I suoi timori per quello che sarebbe potuto accadere erano così radicati che aveva perfino redatto il suo testamento e lo aveva consegnato al console belga. In effetti, la partita fu molto ruvida: i media argentini evidenziarono il gioco intimidatorio della Celeste e una direzione arbitrale accondiscendente verso i padroni di casa. Luisito Monti, centromediano di quell’Argentina che avrebbe poi vinto il titolo quattro anni più tardi giocando con l’Italia, disse chiaramente di aver avuto paura: “Se avessimo vinto – dichiarò senza mai ritrattare - non avremmo saputo come uscire dallo stadio”. Per la cronaca, Monti era tra i giocatori più duri che calcarono i campi di gioco negli anni Trenta. Ma in quel mondiale aveva ricevuto minacce di morte esplicite rivolte a lui e alla sua famiglia, recapitate direttamente nella sua stanza d'albergo, che ebbero, comprensibilmente, un effetto paralizzante sulla sua prestazione in finale. Nel 1972, a oltre quarant’anni da quella partita, confermò che la situazione intorno a lui e alla sua Nazionale era insostenibile:” Al rientro per il secondo tempo c’erano circa 300 militari con la baionetta innestata… Mi resi conto che, se avessi toccato qualcuno, la polvere da sparo si sarebbe accesa. Alla fine, che cosa volevano, che diventassi un eroe del pallone?”. Un altro protagonista di quella finale, il difensore Fernando Paternoster, sintetizzò il sentimento della squadra con una frase rimasta celebre: "Meglio perdere, altrimenti qui moriamo tutti".

Le conseguenze della finale
Al termine della partita, a ulteriore riprova del clima pesante che si respirava, gruppi di tifosi locali attesero al porto i sostenitori ospiti che dovevano rientrare in patria per quella che le cronache descrissero come una "despedida" tutt'altro che amichevole. Molti argentini dovettero imbarcarsi frettolosamente su alcune lance per raggiungere le navi che li avrebbero riportati a casa, al fine di evitare scontri con gli uruguaiani.
Ovviamente, la reazione argentina a quella sconfitta non fu pacifica né rassegnata. Mentre a Montevideo il governo proclamava tre giorni di festa nazionale, a Buenos Aires scoppiò la rabbia della gente. Una folla inferocita di un centinaio di persone prese d'assalto l’edificio della rappresentanza diplomatica uruguaiana della capitale argentina, lanciando pietre contro gli uffici che ne frantumarono le vetrate: le forze di polizia furono costrette a intervenire per disperdere la folla e proteggere la sede diplomatica. Altre fonti riportano che alcune donne che avevano osato sventolare la bandiera dell’Uruguay su Avenida de Mayo vennero fatte anch’esse oggetto di un lancio di pietre. Insomma, quella finale non si concluse con il triplice fischio dell’arbitro Langenus ma portò delle conseguenze che, dalla strada, sarebbero arrivate a lambire anche i vertici istituzionali del calcio argentino.

I "campioni morali" e la rottura delle relazioni
E mentre il governo di Montevideo decretò il 31 luglio 1930 Festa Nazionale (Asueto Nacional) per celebrare il primo titolo mondiale (che portò, di fatto, a tre giorni consecutivi di festeggiamenti), gli argentini, come scrisse il filosofo Juan José Sebreli, si considerarono i "campioni morali" di quel campionato del mondo, tanto che i giocatori furono accolti in patria come degli eroi. Le conseguenze di quel mondiale lambirono anche i piani alti delle istituzioni e sfociarono in un comunicato ufficiale con il quale l’Associazione Amateur Argentina di Football rompeva le relazioni con la controparte uruguaiana. Un atto che portò a ripercussioni negative anche nei rapporti diplomatici tra i due paesi. Dovettero passare quasi due anni prima che i toni del confronto rientrassero abbastanza da permettere che si svolgesse un nuovo match tra le due Nazionali: solo il 15 maggio 1932, Uruguay e Argentina tornarono a fronteggiarsi su un campo di calcio, riaprendo un dialogo che era stato brutalmente interrotto quella sera di luglio del 1930. Per rivederle giocare in Coppa America, invece, fu necessario attendere il 1935. Si riaffrontarono nell’ultima partita del girone con il quale si disputò quell’edizione e, anche in quell’occasione, a imporsi fu l’Uruguay con il risultato di 3-0.
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