I leoni di Ibrox e il primo trofeo europeo del calcio italiano

Il 27 maggio 1961 la Fiorentina batté i Rangers di Glasgow al Comunale e conquistò la prima Coppa delle Coppe. Fu anche il primo titolo UEFA vinto da un club italiano

I leoni di Ibrox e il primo trofeo europeo del calcio italiano

Paolo Valenti/EdipressPaolo Valenti/Edipress

Pubblicato il 28 maggio 2026, 15:33

Il 27 maggio 1961 lo Stadio Comunale di Firenze era gremito. Cinquantamila persone aspettavano il lieto fine di una storia cominciata sei mesi prima, in autunno, quando il calcio europeo aveva iniziato a sperimentare, tra dubbi e incertezze, una nuova competizione dedicata alle squadre vincitrici delle rispettive Coppe nazionali: la Coppa delle Coppe, appunto. La Fiorentina doveva difendere il vantaggio di due reti conquistato a Glasgow. Vantaggio non da poco, considerando la proverbiale difficoltà ad affrontare le squadre britanniche in trasferta.


La prima edizione della Coppa delle Coppe

Era il 1961, l'anno in cui Jurij Gagarin aveva orbitato attorno alla Terra e l'Italia celebrava il centenario dell'Unità nazionale, mentre il miracolo economico trasformava le città e le abitudini di un Paese che stava vedendo l’esplosione del ceto medio e il diffondersi dell’automobile e delle vacanze al mare. Il calcio europeo stava seguendo il percorso evolutivo che lo avrebbe portato a una struttura che avrebbe consentito ai club di avere tre tornei differenziati, paralleli allo svolgimento dei campionati nazionali. E mentre la Coppa dei Campioni era arrivata alla sua sesta edizione, la Coppa delle Coppe era nata quell'anno, per iniziativa del comitato della Coppa Mitropa, senza l’avallo ufficiale dell’UEFA e con sole dieci squadre iscritte. Le federazioni di Inghilterra, Germania Ovest e Scozia si erano aggiunte al blocco mitteleuropeo, ma l'adesione generale era rimasta tiepida. Anche la partecipazione della Fiorentina fu, in qualche modo, accidentale. Nella stagione 1959-1960, infatti, la Juventus aveva vinto sia lo scudetto che la Coppa Italia, superando in finale proprio i viola. In teoria, quindi, avrebbero dovuto essere i bianconeri a rappresentare l’Italia nel torneo. Dovendo, però, scegliere tra le competizioni europee, la Juventus optò, ovviamente, per la Coppa dei Campioni. Alla Fiorentina, finalista sconfitta, si aprirono così le porte della nuova manifestazione.

 

L’arrivo di Hidegkuti e Chiappella

A novembre del 1960, con il campionato già avviato e i risultati che non arrivavano, la società affidò la guida tecnica a Nándor Hidegkuti. Un nome di caratura internazionale, che portava con sé la gloria dell'Aranycsapat, la Grande Ungheria degli anni Cinquanta, la squadra che aveva umiliato l'Inghilterra a Wembley nel 1953 di cui Hidegkuti era stato uno dei protagonisti assoluti, interprete di un ruolo — il centravanti che si abbassava per liberare spazio e disorientare le marcature avversarie — che anticipava di decenni le opzioni tattiche più moderne. Il suo arrivo a Firenze non fu privo di difficoltà: le distanze culturali e linguistiche convinsero la società a farlo affiancare, dal 25 gennaio 1961, da Giuseppe Chiappella. Ex mediano viola e uomo di spogliatoio, Chiappella era arrivato a Firenze nel 1949 dal Pisa e aveva costruito nel corso di una lunga carriera un rapporto di fiducia con l'ambiente. La coppia si integrò benissimo: Hidegkuti lavorava sulla mobilità offensiva e sulla velocità delle transizioni; Chiappella garantiva la stabilità difensiva e la coesione di un gruppo che, in campionato, sarebbe arrivato settimo, ma che nelle partite a eliminazione diretta mostrava un’affidabilità diversa, frutto di un’organizzazione tattica che combinava al meglio le esperienze dei suoi allenatori.


Il percorso verso la finale

Il cammino europeo della Viola iniziò ai quarti, contro il Lucerna. La Fiorentina vinse 3-0 in Svizzera e 6-2 al Comunale, e in quella prima trasferta Kurt Hamrin segnò una straordinaria tripletta. La semifinale portò verso una prova più difficile: quella con la Dinamo Zagabria, formazione solida e ben organizzata. All'andata, al Comunale, i viola si imposero 3-0. Al ritorno, in Jugoslavia, andarono sotto di due reti nei primi diciotto minuti: fu Petris a trovare il gol che spense la rimonta avversaria e portò la squadra in finale. Gianfranco Petris — soprannominato "Diluvio" a Firenze per la progressione che non lasciava scampo alle difese avversarie — era arrivato dalla Triestina nell'estate del 1958 e si era imposto come uno degli elementi più completi della rosa: ala sinistra o centravanti all'occorrenza, in quella stagione collezionò più di quaranta presenze totali tra tutti i tornei.

 

 

 


I Leoni di Ibrox

Il 17 maggio 1961, la Fiorentina scese in campo a Ibrox Park davanti a ottantamila spettatori. I Rangers erano tra le squadre più temute del calcio britannico, con un'imbattibilità casalinga europea che durava da tempo e con Jim Baxter, il loro più dotato interprete dal punto di vista tecnico, a guidare la manovra. La direzione di gara dell'arbitro austriaco Steiner fu permissiva nei confronti del gioco duro degli scozzesi e costrinse la Fiorentina a una prova di carattere. La difesa resse, imperniata sulla guida del capitano Alberto Orzan e sulla sicurezza di Enrico Albertosi tra i pali, acrobatico e coraggioso. Ma il grande protagonista della partita fu Luigi Milan, che al dodicesimo minuto, su una ripartenza, portò avanti i viola. Gli scozzesi si riversarono in avanti ma non sfondarono. All'ottantottesimo minuto, ancora Milan chiuse i conti: 0-2 in uno stadio che veniva considerato inespugnabile, quanto meno dai tifosi di casa, tanto che, il giorno dopo, i giornali, incantati da quella prova di forza, chiamarono i giocatori viola "i Leoni di Ibrox".


Il ritorno a Firenze

Il 27 maggio al Comunale, la storia di quella Coppa trovò il suo capitolo finale. La Fiorentina si presentò con lo stesso undici che aveva vinto a Glasgow. La partita replicò quasi alla lettera la sceneggiatura scozzese: Milan aprì le marcature al dodicesimo minuto, i Rangers pareggiarono al sessantesimo con Alex Scott. Quando il pareggio sembrava ormai profilarsi definitivamente, a quattro minuti dal termine Kurt Hamrin — ala svedese capocannoniere del torneo con sei reti — superò il portiere Billy Ritchie e firmò il 2-1 finale. Al triplice fischio, fu Orzan ad alzare la coppa in mezzo a quei compagni che avevano portato a Firenze vanto e gloria. Tra questi, una menzione particolare la meritava proprio Hamrin, l’ultimo realizzatore della finale, l'elemento di maggiore caratura individuale della rosa: tecnica raffinata, intelligenza, capacità di trovare la conclusione anche nelle situazioni più difficili. Luigi Milan, mezzala dai tempi di inserimento precisi, si era ugualmente saputo distinguere, segnando tre delle quattro reti viola della doppia finale. E Albertosi, che col tempo sarebbe diventato uno dei portieri più importanti del calcio italiano, ad Ibrox aveva avuto modo di cominciare a esprimere le sue qualità su un palcoscenico europeo.
Quella vittoria fu il primo trofeo UEFA conquistato da un club italiano, anche se la confederazione europea riconobbe ufficialmente la competizione solo nel 1963, grazie anche all'azione diplomatica di Artemio Franchi, allora presidente della FIGC, che ottenne la retrodatazione del riconoscimento. Un successo che riempì Firenze di legittimo orgoglio, disperso oggi nelle promesse mancate del calcio made in the USA.

 

 

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