Eric Cantona, il pittore del gol che conquistò l’Inghilterra

Leader schivo e artista ribelle, Eric Cantona ha lasciato un’impronta indelebile tra Manchester United, Francia e cultura pop
Eric Cantona, il pittore del gol che conquistò l’Inghilterra

Stefano Cocci/EdipressStefano Cocci/Edipress

Pubblicato il 23 maggio 2026, 12:04

Pochi giorni fa Eric Cantona ha portato la sua barba bianca, una giacca a quadratoni elegante e il suo sguardo furbo da vecchio zio che ne ha viste tante sulla Croisette del 79esimo Festival di Cannes. Compie sessant’anni il 24 maggio 2026 ed è il momento del documentario sulla sua vita, nel tentativo, impossibile, di definirlo agli occhi del mondo. Calciatore, artista, leader, provocatore, uomo di contraddizioni. “Mi contraddico? Contengo moltitudini”, scriveva Walt Whitman. Pochi personaggi del calcio moderno sembrano incarnare quella frase meglio del francese di Marsiglia, che ha attraversato il pallone come un autore attraversa una tela: lasciando segni, colori, squarci di bellezza e qualche ferita.

 

 

 

 

Dal ritiro alla conquista di Albione

Quando arrivò in Inghilterra, nel gennaio del 1992, Eric Cantona si era già ritirato una volta. Aveva venticinque anni, ascoltava Léo Ferré, dipingeva paesaggi ispirati alla Camargue e passeggiava tra fenicotteri rosa e tori allo stato brado. Fu Michel Platini a convincerlo ad attraversare la Manica: “Lì si gioca e si parla poco”. Una frase semplice, quasi asciutta, che cambiò la storia della Premier League.

 

 

 

 

Prima il Leeds United, poi il Manchester United. E lì, a Old Trafford, Cantona diventò qualcosa di diverso da un semplice numero 7. Divenne un simbolo. Il colletto alzato, il petto in fuori, il braccio destro rivolto al cielo durante le esultanze: sembrava entrare in campo con la postura di un attore teatrale e la malinconia di un poeta provenzale. Gli inglesi non avevano mai visto un calciatore così aristocratico e popolare insieme. Cantona disegnava calcio. Lo dipingeva. I suoi rigori, calciati con rincorsa lineare, avevano la precisione geometrica delle linee di Piet Mondrian. I suoi assist improvvisi erano pennellate lasciate a metà, intuizioni più che giocate. E i gol cambiavano forma ogni settimana: di rapina, da centravanti puro; in pallonetto, con tocco leggero; di testa; al volo; da fuori area; oppure in slalom, come quello contro il Queens Park Rangers, quando sembrò attraversare il campo seguendo una traiettoria invisibile agli altri.

 

 

 

 

La leggenda dello United

Ne segnò 82 in 185 presenze con il Manchester United, ma alcuni restano scolpiti come opere esposte in una galleria. Il primo ufficiale, sotto il diluvio. La palombella contro l’Arsenal, il suo sessantaduesimo gol con i Red Devils. Il tiro attraverso una selva di gambe nella finale di FA Cup Final 1996 contro il Liverpool. E soprattutto quella magia contro il Sunderland: assist di Brian McClair, pallonetto delicatissimo e poi lo sguardo fisso verso il pubblico, immobile, quasi di sfida. Un’esultanza diventata icona culturale prima ancora che calcistica. Eppure ridurre Cantona ai gol sarebbe un errore. La sua grandezza stava anche nella capacità di smarrirsi dentro la partita per poi ricomparire all’improvviso nel punto esatto in cui il pallone sarebbe arrivato. Aveva il senso del tempo dei grandi interpreti: capiva un passaggio un secondo prima degli altri. Era centravanti, rifinitore e regista emotivo insieme.

 

 

 

 

Dalla Francia con furore

Figlio di Marsiglia, di una famiglia attraversata da Sardegna e Catalogna, cresciuto tra arte e resistenza, Cantona portava dentro di sé il Mediterraneo. Ammirava Edvard Munch, Nicolas de Staël e i Fauves, e nel suo calcio si ritrovavano gli stessi colori netti, le stesse linee istintive. Da bambino si innamorò del Calcio Totale guardando l’Ajax di Johan Cruyff contro il Marsiglia: intuì che il calcio poteva essere immediatezza, forma, libertà. Naturalmente c’era anche il lato oscuro. Le espulsioni, le risse, gli insulti, le sospensioni. E soprattutto il calcio volante al tifoso del Crystal Palace nel gennaio 1995, episodio che segnò la sua carriera quanto i trofei vinti. Cantona era questo: un uomo capace di sfiorare il sublime e precipitare nell’eccesso nel giro di pochi istanti. Forse proprio per questo rimane irripetibile.

 

 

 

 

 

Sir Alex Ferguson, il mentore

Alex Ferguson comprese prima degli altri che quel caos era parte integrante del talento. Lo difese, lo trattenne a Manchester, gli costruì attorno una squadra che sarebbe diventata dominante. E Cantona ricambiò trasformando il Manchester United nel volto internazionale della nuova Premier League. Più ancora dei titoli, lasciò un’estetica. Un modo di stare in campo. Un’immagine. A trent’anni si ritirò di nuovo, stavolta definitivamente. Non perché non fosse più forte, ma perché il calcio aveva smesso di sorprenderlo. Da allora ha continuato a vivere come aveva giocato: cambiando forma. Attore, musicista, produttore, pittore, uomo impegnato nel sociale. Sempre alla ricerca di un nuovo inizio. Forse è per questo che Cantona continua a esercitare fascino anche a distanza di decenni. Non soltanto per ciò che ha vinto, ma per il modo in cui ha interpretato il calcio. Come un quadro da completare ogni domenica. Come una tela su cui lasciare un gesto inatteso. E in fondo, dentro quella sua celebre frase sui gabbiani e il peschereccio, c’era già tutto: il gusto della provocazione, l’ironia, il mistero e la consapevolezza di essere diventato qualcosa di più di un calciatore. Un personaggio capace di attraversare il tempo restando fedele soltanto a una cosa: la necessità di stupire.

 

 

 

 

 

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