Temi caldi
George Best, il quinto Beatle che rese poetico il calcio inglese

Paolo Marcacci/Edipress
Pubblicato il 22 maggio 2026, 17:10
Da ragazzino, per andare a scuola, gli toccava attraversare un incrocio di strade abitate da cattolici, per arrivare alla fermata dell'autobus. Qualche anno dopo raccontò che per sfuggire alle sassate gli toccava attendere l'arrivo del mezzo e scattare all'ultimo istante: la falcata era la stessa che il 29 maggio del 1968 avrebbe tolto il sonno alla difesa del Benfica sul prato di Webley; 4-1 il risultato finale in favore dello United, dopo i tempi supplementari: 1-1 al 90'; al 3' del primo tempo supplementare lui salta un portoghese dopo l'altro fino al definitivo dribbling sul portiere Henrique. Questa non dovrebbe essere soltanto la parte più bella della storia di George Best, nato il 22 maggio del 1946 nel sobborgo di Cregagh, quartiere protestante della capitale nord irlandese; questa dovrebbe essere “la” storia, perché in queste pagine ha la maglia del Manchester United addosso, la chioma umida appiccicata alla fronte, la palla che gli cammina a fianco, o un passo avanti, come un cagnolino affezionato al suo padrone, che non si farebbe accarezzare da nessun altro. Anche perché nessuno saprebbe accarezzarlo così.

La festa che non ricorda
È francamente un'ingiustizia il fatto che non abbia saputo più nulla di tutto ciò che accadde in quella notte di maggio del 1968, quando l'Europa s'era appena inginocchiata sotto il suo piede sinistro. Per lui quella sera era finita dopo la doccia, più o meno. Non ricordava neanche quando e come fosse uscito dallo stadio di Wembley, o la cena di gala all'Hotel Russell; eppure tutti gli altri si ricordano che c'era. È normale che fosse cominciato a scorrere un fiume di champagne subito dopo il fischio di Lo Bello, così come è scontato che nessuno dei suoi compagni fosse astemio; la differenza è che tutti gli altri sono riusciti a nuotarci attraverso, mentre lui, per la prima di una serie infinita di volte, ci era annegato. Drink e dribbling iniziano allo stesso modo; non ci aveva mai riflettuto, eppure nessuno li ha interpretati meglio di lui, a volte a distanza molto, molto ravvicinata. È stato un po' come per Dorian Gray, che in fondo non è un caso che l'abbia scritto un irlandese, anche se di Dublino. A ogni fischio d'inizio ogni vizio, ogni debolezza finiva su una tela nascosta in soffitta. Finché non arrivava qualcuno a togliere il velo. ha lasciato in sospeso quell'ultimo dribbling, George, quell'ultimo drink, in modo da farceli continuare a sospirare all'infinito.

La pioggia, il pub, l'erba dell'Old Trafford
Ci ha lasciato tutto il tempo per continuare a chiederci, senza volerlo mai capire del tutto, se la pioggia di Manchester sia più bella vista dagli sgabelli di un pub, con le vetrate appannate e il tintinnio dei bicchieri che fa da controcanto alle voci di quelli che ordinano un altro giro; oppure quando le goccioline lucidano l'erba del prato, mentre i giocatori dello United sono in fila sotto il tunnel dell’Old Trafford, che rimbomba per i canti dei tifosi. Dubbi non avremo mai, invece, circa il fatto che David Beckham sia stato il secondo giocatore più bello di sempre nella storia del Manchester United. Bob Bishop negli anni Cinquanta era l'osservatore dello United in Irlanda; seppe subito cosa rispondere a Dickie Best quando quest'ultimo gli aveva detto che suo figlio George era troppo giovane per lasciare Belfast e salpare in direzione Manchester per entrare a far parte delle giovanili dei Red Devils. «Suo figlio George non stamperà i giornali, ci finirà sopra».
Iscriviti alla newsletter
Le notizie più importanti, tutte le settimane, gratis nella tua mail
Commenti
Loading
