Temi caldi
Gian Piero Galeazzi, la voce che sapeva remare anche in cronaca

Paolo Valenti/Edipress
Pubblicato il 18 maggio 2026, 07:52
Alle Olimpiadi di Seul, nel 1988, Gian Piero Galeazzi era già un giornalista affermato, noto al grande pubblico, tra l’altro, per le interviste effettuate durante le partite di campionato di Serie A: in tribuna con i dirigenti prima del match, in campo nell’intervallo, nei corridoi degli spogliatoi (quando non dentro) dopo il novantesimo. Ma il momento in cui divenne anche un personaggio, coincise con la telecronaca della finale olimpica del due con, quando la sua voce, arrochita dall’emozione, accompagnò verso l’oro i fratelli Abbagnale, Giuseppe e Carmine, e il timoniere Di Capua. In quella gara le sue parole, quando la minaccia di rimonta dell’armo della Germania Est sembrava concreta, smisero di essere soltanto cronaca per diventare un vero e proprio remo aggiunto. Il Gian Piero nazionale seguiva la prua, misurava il vantaggio, teneva lo spettatore dentro la corsia, fino al momento in cui l’imbarcazione tagliò il traguardo e anche lui, insieme agli Abbagnale, poté gioire per la vittoria. In quel momento tutti ebbero l’impressione di aver assistito a una gara storica, non soltanto perché l’avevano vinta gli Abbagnale. Galeazzi aveva appena dato prova di cosa significasse raccontare lo sport e trasmetterne le emozioni, la fatica e la gioia, coinvolgendo anche coloro che non erano atleti o appassionati delle discipline olimpiche. Si era messo in gioco utilizzando gli strumenti migliori di cui un giornalista può disporre: la mente per raccontare, la passione per emozionare.

Ex atleta
Del resto, Gian Piero apparteneva alla categoria dei cronisti che avevano praticato lo sport prima di spiegarlo. Nato a Roma nel 1946, cresciuto nell’ambiente del Circolo Canottieri Roma, era stato avviato al remo dal padre Rino. Nel 1967 vinse il titolo italiano nel singolo, l’anno successivo quello nel doppio con Giuliano Spingardi. Aveva imparato presto che lo sport non è fatto soltanto di immagini, ma di respiro, attesa, fatica, piccoli cedimenti, dinamiche poco visibili. Quando passò dall’altra parte, portò quella conoscenza nel mestiere giornalistico. Non era un modo per sovrapporsi all’evento, ma per divulgare quel patrimonio di emozioni che rende lo sport una fonte inesauribile di narrazioni plausibili.

La carriera alla Rai
Gian Piero era un uomo Rai: prima la radio, poi la televisione, con le Olimpiadi di Monaco del 1972 come primo grande passaggio internazionale. Imparò la professione tra redazioni, collegamenti, attese tecniche, gerarchie e maestri. Avrebbe poi riassunto il suo percorso nel libro L’inviato non nasce per caso: formula efficace che rivendicava un’idea tanto artigianale quanto realistica del lavoro. Il canottaggio restò lo sport che raccontava meglio. Le vittorie azzurre degli anni Ottanta e Novanta trovarono in lui un interprete capace di tradurre una disciplina tecnica in un racconto popolare. Nelle gare degli Abbagnale, e poi in altre imprese olimpiche, Galeazzi non si limitava a una cronaca prettamente fattuale. Spiegava allo spettatore la logica della gara: la partenza, il passo, il rapporto tra le barche, la gestione del margine. La partecipazione era evidente, a volte debordante, perché nasceva dalla conoscenza diretta, da una vecchia familiarità con l’acqua, dal sapere quanto possa pesare un metro quando mancano gli ultimi colpi. Per questo Seul 1988 è rimasta la sua immagine più rappresentativa: perché in quella telecronaca tutto era coerente con la sua storia. Galeazzi diede al canottaggio una lingua comprensibile anche a chi non ne conosceva la grammatica, aiutando la televisione sportiva generalista a svolgere la sua funzione più alta: prendere una disciplina poco seguita e farla entrare nella dimensione dell’esperienza collettiva.

Giornalista di transizione
La sua voce segnò una stagione della tv italiana. Non era quella composta del cronista che mantiene sempre la stessa distanza, come l’aveva interpretata Nando Martellini; né quella del narratore moderno, chiamato a occupare ogni spazio. Era una presenza fisica, riconoscibile, talvolta ingombrante, ma legata a un’idea semplice: portare lo spettatore dentro l’evento. In questo senso, Galeazzi fu una figura di transizione. Veniva dalla Rai dei grandi inviati, dalla radio e dalla cronaca sul campo; arrivò alla televisione in cui il giornalista cominciava a diventare anche volto, personaggio capace di recitare un ruolo nel quale la gestione dell’immagine valeva quanto la preparazione professionale. Il calcio lo visse anche in un rito nazionale come 90° minuto. Galeazzi ne fu conduttore negli anni Novanta dopo l’era di Paolo Valenti, quando il campionato italiano stava entrando nella fase della moltiplicazione televisiva, ma non aveva ancora perso la sua dimensione di liturgia comune. La sua presenza funzionava perché non sembrava mai separabile dal bordo campo. Anche quando era in studio, conservava qualcosa dell’inviato: l’istinto della domanda rapida, il passo di chi cerca sempre il protagonista, la disponibilità a farsi coinvolgere dall’evento. Era un modo di fare giornalismo figlio di un calcio meno industrializzato, nel quale il cronista poteva ancora avvicinare i campioni con una libertà oggi impossibile. Galeazzi portò quella postura nel tennis, nel canottaggio, nei racconti olimpici. Non era rinchiuso in un solo ambito di competenza: era, piuttosto, un giornalista poliedrico, formato in un’epoca in cui il servizio pubblico chiedeva versatilità più che specializzazione.

Il Galeazzi intrattenitore
Ci fu anche un Galeazzi più votato all’entertainment che al giornalismo, quello di Domenica In, Sanremo e gli sketch. Una versione che gli diede una popolarità più diffusa e insieme rese più difficile separare il professionista dal personaggio: era il segno di una televisione che stava cambiando e chiedeva un nuovo modo di porsi anche ai giornalisti. Galeazzi si immerse in quel passaggio, anche a rischio di vedere la sua competenza oscurata nei giudizi dalle considerazioni legate all’opportunità di quella metamorfosi. Oggi la galanteria del tempo e l’obiettività che offre la storia ci consentono di ricordarlo soprattutto per il suo modo appassionato di descrivere lo sport come fatto tecnico capace di scatenare la forza delle emozioni.
Iscriviti alla newsletter
Le notizie più importanti, tutte le settimane, gratis nella tua mail
Commenti
Loading
